Amici per forza

L’aspetto diplomatico dell’occupazione inglese venne sempre gestito con la massima attenzione: non si trattava solo di una questione di prestigio, si voleva assolutamente evitare la rottura con i locali, la loro resistenza passiva ed i ritardi che ne potevano scaturire.
Il generale Harry Curtis riconobbe immediatamente questo delicato equilibrio. In una breve lettera al generale Robert Haining del 3 luglio 1940 scrisse:

«Le questioni politiche sono numerose e complicate. Il governo non vuole nessuno qui, incluso la Danimarca. Sono decisi a non compromettere in alcun modo la loro neutralità (…) La popolazione può essere di grande aiuto – ma se contro di noi, la situazione diverrebbe intollerabile e forse pericolosa» (51).

Il governo islandese non aveva alcuna intenzione di rinunciare alla propria neutralità, anche se ormai ridotta ad una questione di forma, e l’ambasciatore Smith si trovò quindi ad essere il fulcro di una situazione difficile ma non impossibile. In generale la politica del governo islandese mirava ad evitare la collaborazione attiva: ad esempio, gli inglesi erano costretti a pagare i servizi telefonici con i loro distaccamenti come dei semplici privati, oppure il governo non ostacolava ne favoriva accordi tra i soldati ed i propri cittadini, sempre nell’ottica di non essere “ufficialmente coinvolto”.
Come già avevano fatto i suoi predecessori, Smith doveva ammettere che gli islandesi, ostinati per natura, non capivano le ragioni profonde della guerra ed erano ancora convinti che se non fossero sbarcati gli inglesi, con tutta probabilità sarebbero rimasti fuori dal conflitto. L’ambasciatore inglese era però ottimista: una buona politica commerciale poteva superare le resistenze, ed il carattere pragmatico degli islandesi non si sarebbe fatto sfuggire alcuna occasione.
Nel 1940 il Regno Unito importò automaticamente la totale produzione di aringhe e carne ovina dell’Islanda (52), a prezzi fino a quattro volte superiori nel periodo prebellico; accordi simili, ma a prezzi inferiori, vennero siglati anche l’anno successivo. Le esportazioni islandesi passarono così da 2.200.000 sterline del 1938 a 7.250.000 del 1941.


In realtà questa espansione abnorme ebbe i suoi lati negativi: una forte inflazione, eccesso di moneta, l’aumento dei salari senza disponibilità di beni sul mercato; in una economia tanto precaria in generale gli effetti furono positivi ed il governo poteva dichiarare la piena occupazione dei suoi cittadini.
Gli inglesi non erano ovviamente dei “benefattori disinteressati” (tra l’altro avevano imposto la fine del commercio con altri stati europei, non permettevano la conversione delle riserve di sterline in dollari e non erano in grado di soddisfare la richiesta di importazioni) ma il loro intervento creò quel paradosso insperato in base al quale l’economia di guerra, da sempre sinonimo di restrizioni e razionamenti, sarà una componente fondamentale del successo islandese (53). Le resistenze dei locali potrebbero sembrare presuntuose o ingiustificate, ma per chi vive nei grandi stati europei, da sempre al centro di intensi scambi a tutti i livelli e di mille rivoluzioni, è difficile calarsi nella mentalità di un popolo così diverso. Un acuto osservatore, l’ammiraglio Darymple-Hamilton, riassunse la situazione in un rapporto all’ammiragliato nel 1942:

«All’osservatore sembra che gli islandesi stiano rapidamente cadendo in confusione riguardo una situazione che sfugge al loro controllo. Per mille anni hanno vissuto una vita dura in pieno isolamento. I loro bisogni erano ridotti, ma occupavano tutto il loro tempo. Agricoltura e pesca erano le loro industrie, e la loro cultura basata sulla musica e sulla pittura, insieme ad una ammirazione particolare per la loro storia passata. Sono un popolo ostinato, dalle ferme convinzioni, infastidite dalle interferenze altrui; sono dei veri isolani. (…) Fino alla guerra erano un popolo semplice che viveva per conto loro. Ora tutto e’ cambiato: grazie all’occupazione, che ha fornito un impiego a tutti ed un buon salario, e mercati ultraricettivi per i prodotti ittici islandesi, i soldi non mancano. Ogni tipo di genere di lusso, dalle auto di prima classe ai vestiti alla moda, prima quasi sconosciuti in Islanda, vengono oggi importati. C’è una forte migrazione interna dalla campagna a Reykjavik, la manodopera nelle fattorie scarseggia e c’è una tendenza generale ad una vita più comoda ed ad un apprezzamento dei lussi.» (54)

Sotto la guida di Howard Smith comunque l’ambasciata inglese a Reykjavik creò da subito un clima il più possibile di collaborazione, coinvolgendo gli islandesi stessi nella risoluzione dei problemi: venne creata una rete di “commissioni congiunte” fra i due paesi per evitare che spiacevoli incidenti potessero degenerare in proteste formali. Si istituì ad esempio un comitato per la liquidazione rapida dei danni causati dalla truppa, un comitato per gli incidenti e la manutenzione stradale (55), nonché un comitato per la demolizione e ricostruzione in altra sede delle case vicino l’aeroporto di Reykjavik. Queste commissioni, che avevano di solito un uguale numero di rappresentanti (se non a maggioranza islandese) ed un budget adeguato (56), furono l’ulteriore prova che anziché reagire sdegnosamente e chiudersi come feriti nell’orgoglio, gli islandesi collaborarono con gli occupanti.
Mentre Smith tesseva la sua strategia diplomatica, anche i militari, in virtù di una disciplina esemplare riuscirono a convivere con la popolazione. La promessa di non interferire sulla vita dei locali non poteva essere presa alla lettera, e la popolazione dovette sopportare qualche inconveniente minore: le radio delle imbarcazioni vennero sigillate (57), vennero istituite aree off-limit, divieti di pesca nelle zone adiacenti attracchi militari e poco altro.


La presenza di 28.000 soldati in un paese che all’epoca ne contava 120.000 non poteva non causare qualche attrito, eppure di incidenti gravi quasi non se ne registrano (58). Insulti verbali o risse fra i giovani non destarono eccessive preoccupazioni: approssimativamente all’epoca vi erano circa 30.000 ragazze, mentre con la presenza dei soldati il numero di giovani maschi era raddoppiato; il generale Curtis prestò sempre molta attenzione a questo aspetto, imponendo ai propri uomini un codice comportamentale rigoroso (59).
Accanto a questi episodi meno piacevoli però vi erano anche momenti di apertura ed amicizia: il “Royal Regiment of Canada” eseguiva settimanalmente concerti radiofonici che si concludevano tutti con l’esecuzione dell’inno nazionale islandese, oppure vennero organizzati rinfreschi natalizi per i bimbi con tanto di Babbo Natale e regali, o parate militari dei pittoreschi reggimenti scozzesi. La 146° brigata, di istanza ad Akureiry, fece in dono alla locale cattedrale un prezioso candelabro in ottone, ancora oggi orgogliosamente esposto.
Un aspetto che invece turbò gli animi fu la deportazione di alcuni islandesi in Inghilterra perché coinvolti in “azioni sovversive”. Nel settembre del 1940 due giovani a Reykjavik ed Akureyri vennero trovati in possesso di apparecchi radio con cui comunicavano regolarmente con la Germania. I due giovani non contravvenivano ad alcuna legge islandese e le autorità temporeggiarono; ma il rischio di una invasione tedesca era ancora alto e Curtis non perse tempo in considerazioni giuridiche: i due giovani vennero presi in custodia e spediti in Inghilterra.
Ovviamente sulla stampa le reazioni furono vivaci: il quotidiano conservatore Morgunblaðid nell’editoriale del 4 Settembre 1940 scrisse: “gli inglesi hanno interferito nella nostra vita e nelle nostre vicende in modo del tutto contrario alle assicurazioni presentate al governo nel giorno del loro arrivo”. Anche il Timinn (il giornale dei progressisti, al governo) all’inizio fu molto critico, ma dalle sue pagine fu lo stesso ministro degli esteri Stefàn Stefànsson a sedare gli animi: il comportamento di quei giovani che sognavano anche per l’Islanda la barbarie della dittatura era deplorevole e vergognoso (6 Settembre). Il giornale socialdemocratico Alþydublaðid, nell’editoriale del 5 settembre, fu invece molto attento a non farsi trascinare dall’indignazione. L’analisi del giornale era semplice ma coerente: ogni atto mirante a facilitare una invasione del paese era contrario agli interessi della nazione, di conseguenza ogni atto contro gli inglesi era in pratica un atto contro l’Islanda stessa. Se il governo fosse intervenuto tempestivamente, o avesse dato prova di rigidità e fermezza, non avrebbe costretto i militari ad agire e nessun “caso diplomatico” sarebbe mai emerso.
Un discorso a parte va invece fatto per il quotidiano comunista Þjoðviljinn. A differenza delle altre testate, fu sempre motivo di grande irritazione per gli inglesi in quanto fermo sulle posizioni ultranazionaliste ed anticapitaliste già espresse nel periodo prebellico. Dalle sue pagine si levavano costantemente attacchi ideologici ma anche basse insinuazioni. Da un articolo del 17 Settembre:

«Anche se molti di loro sono persone accettabili, sappiamo bene che presso di essi vi è la spazzatura della miserabile civiltà degli stati capitalistici, ovvero uomini che una educazione perversa ed una società malata hanno reso come bestie. Questi sono gli uomini che seducono le nostre donne, fin anche i nostri bambini, che infettano con malattie veneree».

Ma il Þjoðviljinn non si limitò solo a pubblicare articoli. In occasione di uno sciopero di lavoratori per l’incremento dei salari distribuì volantini in cui si chiedeva ai militari di non “rubare il lavoro ai lavoratori islandesi” (gennaio 1941). Smith, sempre conciliante, non poteva questa volta tollerare una sorta di appello all’ammutinamento, ed il generale Curtis era pronto ad agire; tuttavia i due decisero di mettere alla prova il parlamento, lasciando ad esso l’iniziativa. Dal processo che seguì scaturirono delle condanne, seppur lievi, anche per gli editori del giornale; uno dei quali però era Einar Òlgeirson, già deputato comunista, il che complicava molto la faccenda: essendo soggetto all’immunità per il periodo in carica, avrebbe scontato i tre mesi di custodia solo a fine legislatura. Verrebbe da chiedersi se Smith, da astuto diplomatico, non decise di “mettere alla prova” l’Alþing proprio perché consapevole dei problemi legali che potevano scaturire.
Einar (60), niente affatto intimorito e libero per tutta la durata della legislatura, decise di ripetere la provocazione: il 7 aprile lanciò una campagna per uno sciopero nel cantiere dell’aerostazione di Reykjavik, ancora una volta invitando i militari inglesi ad aderirvi. Il generale Curtis, alle prese con le ristrettezze dei tempi, non tollerò un tale comportamento: il 27 aprile 1941 il giornale venne chiuso e i suoi editori, tra cui anche Einar, trasferiti in Inghilterra. Smith tentò di spiegare che quanto era stato fatto andava incontro alle esigenze di sicurezza non solo dei britannici, ma di tutta la nazione, ma ovviamente il caso politico era scoppiato: al di là del fatto che il Þjòðviljinn era un giornale che tirava appena 1500 copie, un membro del parlamento era stato deportato, ed una protesta formale fu inevitabile.
Ancora una volta la stampa si divise: il giornale conservatore Morgunblaðid, che forse mai avrebbe pensato di dover spendere un articolo in favore dei comunisti, scrisse chiaramente che la libertà dell’Islanda non esisteva più. Anche il Visir parlava della protesta del governo come del più serio incidente diplomatico fra i due paesi.
L’Alþydublaðid fu ancora una volta più equilibrato: se da un lato gli inglesi avevano agito in modo odioso, dall’altro andava riconosciuta sia la responsabilità del governo, passivo e poco attento come sempre, sia del Þjoðviljinn stesso che incitava all’ammutinamento e interferiva su progetti militari.
Dopo circa tre mesi Einar fu lasciato libero di tornare in patria, ma il generale Curtis non diede mai la licenza di riaprire il giornale; nel frattempo però qualcosa era cambiato. Un nuovo quotidiano comunista era stato fondato, il Nyatt Dagblad, ma con l’attacco nazista all’Unione Sovietica ora gli inglesi non erano più gli insopportabili aggressori, anzi erano salutati come alleati: si biasimavano casomai per il ritardo nell’aprire il “secondo fronte”, con buona pace degli slogan ideologi di qualche tempo prima.


Un passo fondamentale nelle relazioni anglo-islandesi venne compiuto dallo stesso Winston Churchill il 16 agosto 1941. Di ritorno dall’incontro con il presidente americano Roosevelt in Canada, nel quale firmarono una dichiarazione d’intenti ricordata come la “Carta Atlantica”, il premier inglese decise di fare tappa a Reykjavik. Churchill venne ricevuto con tutti gli onori dalle autorità islandesi e dalla popolazione, passò in rassegna le proprie truppe e tenne toccanti discorsi nel palazzo del parlamento (Alþinghus). Egli ribadì la stima e la riconoscenza verso gli islandesi, rinnovò la garanzia che i suoi soldati avrebbero causato i minori disagi possibili e, cosa più importante, affermò che a guerra finita “noi e gli americani ci assicureremo che l’Islanda riceva assoluta libertà”. Gli islandesi lessero queste parole come la promessa che i soldati si sarebbero ritirati e che l’Inghilterra avrebbe appoggiato la dichiarazione d’indipendenza del paese.
La visita di Churchill fu un vero successo diplomatico, una sorta di bomba spirituale: la sua autorità ed il suo prestigio erano indiscutibili, e finalmente anche il mondo politico si sentì “preso sul serio”, non più trattato da colonia semisconosciuta ma interlocutore vero.
La stampa non mancò di sottolineare questo evento, con i toni accesi del più vivo coinvolgimento. Il Timinn parlò di “un giorno memorabile per la storia d’Islanda (…), il più influente personaggio dell’impero britannico ha ripetuto che Inghilterra e Stati Uniti, quando la guerra sarà finalmente finita, garantiranno la piena indipendenza del nostro paese”.
Anche il Morgunblaðid fu altrettanto entusiasta: “E’ vero che l’Islanda è un paese occupato, ma dobbiamo ricordare il motivo dell’occupazione: la lotta per la libertà dei piccoli stati”.

Note al testo:
51) Lettera archiviata presso il British War Office, documento num. 106/3042 e riportata da Bittner, The Lion, nel prologo (The British view of Iceland).

52) T. Whitehead, The ally who came in from the cold, Reykjavik, 1998, p. 13.

53) Secondo W. C. Chamberlain, in Economic Development of Iceland, Columbia University Press 1947, l'intervento inglese cadde in un momento particolarmente critico. Senza le spese sostenute dalle forze militari, e priva di margini di miglioramento difficilmente l'Islanda avrebbe potuto sostenere il debito stero e pagare le importazioni nel quinquenni 40-44, periodo in cui invece essa passò dalla condizione di debitore quasi insolvente a sostanziale creditore.

54) Rapporto all'Ammiragliato britannico, documento num. 199/671, da Bittner, The Lion, cit. p. 12.

55) Fra tutti, questo fu probabilmente il comitato che si radunò più volte in quanto i trasporti militari misero a dura prova le infrastrutture viarie del paese.

56) Le richieste di rimborso che superavano una certa soglia passavano ad un ufficio preposto a Londra, ma ciò accadde raramente.

57) Se i sigilli fossero stati rotti, l'equipaggio ne avrebbe dovuto rispondere; le radio potevano essere usate solo per questioni di emergenza o di servizio giustificato.

58) Nel rapporto annuale del 1940 Smith registra solo due casi, l'aggressione del segretario dell'ammiraglio ad un ballo e l'arresto di un gruppo d'islandesi che rifornivano clandestinamente alcune truppe di alcolici.

59) Impose alla truppa di rispettare i "Dieci comandamenti del soldato in Islanda" in cui includeva, tra l'altro, quello di trattare le donne islandesi come sorelle o come mogli.

60) Circa il 90% dei cognomi islandesi sono patronimici, derivando dal nome del padre (in rari casi da quello della madre) più il suffisso -son per i maschi e -dottir per le femmine; per questo motivo gli islandesi sono soliti usare il nome e non il cognome quale nominativo principale.