La strategia sovietica aveva un obbiettivo massimo ed uno minimo. Il primo prevedeva il controllo completo del Mar di Norvegia (superficie, spazio aereo e profondità marine) per portervi operare con relativa impunità; il secondo quantomeno mirava alla negazione di una fruizione agevole della stessa area da parte della Nato (309).
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Le operazioni navali sovietiche nel nord atlantico avrebbero avuto probabilmente quattro tipi di indirizzi: 1) difesa dei propri sottomarini nucleari. 2) attacchi a portaerei nemiche. 3) attacchi a sottomarini atomici nemici. 4) operazioni "anti-SLOC" (dall'inglese anti sea lines of communications, per la neutralizzazione delle linee di comunicazione fra Nord America ed Europa).
Questa serie di obbiettivi avrebbe probabilmente rappresentato anche la scala delle priorità. I sottomarini nucleari sovietici classe Delta e Typhoon (nella classificazione Nato) avevano la possibilità di imbarcare missili nucleari intercontinentali, quindi rappresentavano delle unità strategiche che sarebbero state tra i primi bersagli del nemico. La distruzione delle portaerei e sottomarini americani avrebbe evitato attacchi nucleari dal mare contro obbiettivi russi a terra.
A differenza di quanto avvenuto durante la seconda guerra mondiale invece, le operazioni anti-SLOC fra le sponde dell'Atlantico avevano una priorità inferiore. Tutto sommato lo stesso effetto si sarebbe potuto ottenere con l'invasione degli stati dell'Europa occidentale delle truppe di terra, dedicando la marina alle altre operazioni.
Se questo quadro operativo fosse stato effettivamente quello applicato dai russi in caso di guerra, l'Islanda rappresentava una spina nel fianco.
I sovietici ritenevano l'isola una sorta di "portaerei inaffondabile" (310): dalla base di Keflavik potevano partire operazioni contro i sottomarini atomici nelle acque settentrionali. Attraverso quella postazione la Nato poteva esercitare un controllo dello spazio aereo sulla rotta diretta fra le due superpotenze, svolgere una difesa delle proprie portaerei e dei propri sommergibili, e rendere difficili le operazioni anti-SLOC (vedi figura).
L'Islanda inoltre si presentava come un territorio più facilmente difendibile rispetto al continente europeo. Mancando la continuità territoriale, i russi non avrebbero potuto sfruttare il vantaggio numerico in una invasione "all out"; il sistema di sorveglianza integrato, di cui Keflavik faceva parte insieme ad altre postazioni della GIUK Line (il cosiddetto Distant Early Warning System), rendeva poi impossibile l'eventualità di un attacco a sorpresa.
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I sovietici avrebbero certo tentato di negare la fruizione dell'Islanda da parte delle forze Nato, anche se si ritiene che una invasione anfibia di ampia portata sarebbe stata una scelta inopportuna, a causa della congestione dell'area e delle caratteristiche ambientali. Più probabilmente piccoli contingenti di Spetsnaz (gli "uomini rana" sovietici) avrebbero potuto sabotare le infrastrutture: la distruzione dei depositi di Carburante e dei Radar avrebbe reso Keflavik quasi inutile.
Gli americani invece, oltre ad usare Keflavik come base aeronavale per operazioni offensive, avrebbero tentato di chiudere le maglie della GIUK Line per tentare di imbottigliare i sovietici al nord, impedendogli così di disperdere le loro unità anche in altri fronti. Contrariamente a quando afferma Jonh Ausland (in Nordic Security and the Great Powers) comunque questo obbiettivo sarebbe stato di lieve entità e difficilmente ottenibile. Innanzitutto c'è un problema di distanze: per esercitare una sorta di blocco navale "vecchio stile" si sarebbe dovuto ricorrere a una parte rilevante della marina americana. Le loro navi però, viaggiando alla stessa velocità delle navi di Murmansk, avrebbero impiegato il doppio del tempo dalla costa orientale degli Usa (311). In secondo luogo, in caso di un conflitto vis-à-vis tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, la battaglia fondamentale sarebbe stata quella del Nord Atlantico, il cui controllo avrebbe dato libero accesso ai territori del nemico; altri teatri regionali non avrebbero potuto incidere significativamente sugli esiti del conflitto, e le stesse linee di comunicazione fra le sponde dell'Atlantico sarebbero comunque saltate con una invasione terrestre delle truppe del Patto.
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Note al Testo:
309) W. Wright, Soviet Naval Operation in Oceanic Theaters of strategic military Action, Reykjavik 1997, p. 61.
310) P. Petersen, Iceland in Soviet Military Strategy, Reykjavik 1987, p. 7.
311) Una preoccupazione seria dei vertici della Nato era appunto che, essendo la coalizione di natura difensiva, il Patto di Varsavia avrebbe sempre avuto l'iniziativa in una situazione in via di degradazione: non avendo infatti impedimenti politici di sorta, Mosca si sarebbe potuta muovere più liberamente, visto il controllo pressoché totale che esercitava sugli alleati. Cfr Generale Tönne Hitfeld, Iceland in Nato Defense Policy, Reykjavik 1987, p. 72.