La posizione geografica dell'isola islandese rappresentava di per se stessa un valore strategico intrinseco, un "fattore operativo permanente" determinato dal fatto di giacere fra il continente europeo e le coste nordamericane. Durante tutta la guerra fredda, la zona del Nord Atlantico, inclusi il Mar di Norvegia, l'Oceano Artico ed il Mare di Barents, fu uno dei teatri militari fra i più trafficati, sia per numero ed importanza di postazioni militari, sia perché vi si affacciavano tutti i maggiori contendenti.
Sull'effettiva possibilità di una Terza Guerra Mondiale si è molto discusso, e per fortuna, qualunque analisi almeno per il periodo in esame, rimarrà sempre e solo una congettura. Negli anni '80 uno schema ritenuto "plausibile" prevedeva questo tipo di sviluppo: una occasione di conflitto sarebbe potuta scoppiare in uno scenario regionale minore particolarmente instabile, fra tanti il medioriente ad esempio; sarebbe quindi seguita una fase di "escalation orizzontale" (cioè su base geografica), fino all'allargamento del conflitto all'Europa. In un primo tempo non vi sarebbe stata "l'escalation verticale" (da armi convenzionali ad armi nucleari).
Le opinioni de commentatori e degli studiosi dell'epoca a questo punto si dividono: secondo alcuni la fase del conflitto convenzionale sarebbe durata fino all'improrogabilità di trattative di pace, e nessuno dei due contendenti avrebbe cercato in realtà l'annientamento totale dell'avversario. Altri invece sostenevano che il "deterrente atomico" non avrebbe retto a lungo, ma le opinioni non sono convergenti: chi riteneva l'utilizzo delle armi nucleari una sorta di catastrofica apocalisse dell'umanità era contraddetto da quanti, al contrario, ipotizzavano un loro utilizzo circoscritto a pochissimi bersagli strategici (forse solo 1-2 città di media grandezza per parte), e che avrebbe, per assurdo, accelerano la ricerca di una soluzione pacifica.
Uno dei concetti basilari che contribuirono a mantenere un equilibrio (secondo alcuni ben meno precario di quanto poteva apparire) (288), fu ovviamente quello di "deterrente" nucleare, o più semplicemente, il concetto di reazione. Americani e Sovietici avevano accumulato enormi arsenali, tuttavia nessun attacco sarebbe potuto essere così fulmineo e devastante da lasciare il nemico privo dei mezzi per rispondere altrettanto incisivamente (289).
Le armi atomiche segnarono una nuova era nella storia militare, soprattutto da quando la tecnologia aveva permesso la realizzazione di missili con gittate di migliaia di chilometri, o che potevano essere lanciati anche da navi, aerei o sottomarini; tuttavia queste armi non segnarono la fine della strategia militare, e seppure cambiarono degli equilibri all'interno degli apparati, non rimpiazzarono affatto le forze convenzionali. E' logico che la scelta dell'utilizzo di armi nucleari è politica più che militare, e se pensiamo che a tutt'oggi le sole bombe atomiche mai esplose in teatri di guerra furono quelle contro le città giapponesi, è facile credere che esse vennero sempre ritenute rimedi estremi e non semplici opzioni.
In un contesto "nuclearizzato", ma che non poteva rinunciare alle pratiche convenzionali, le acque del Nord furono un settore cruciale: rappresentavano il fianco nord della Nato, ma erano altresì vicine ai centri politici ed industriali dell'Unione Sovietica. Per questi motivi la base di Keflavik divenne una postazione irrinunciabile per gli Usa. L'intento di ambo le parti era quello di creare scenari convenzionali massicci secondo i concetti di "risposta flessibile", ovvero senza limitarsi ad un bivio composto da "peacetime" da un lato o guerra termonucleare globale dall'altro (290).
Per inquadrare meglio l'aspetto esclusivamente militare della vicenda sarà opportuno dividere il discorso secondo i punti di vista dei contendenti, secondo i compiti assegnati alla Iceland Defense Force, nonché la risposta sovietica nel contesto più ampio dell'intera regione. E' opportuno ricordare che le analisi che seguiranno si intendono relative al periodo della Guerra Fredda, poiché attualmente, come già segnalato al capitolo precedente, la condizione strategica della regione è radicalmente mutata.
Note al testo:
288) Lo storico E. Hobsbawn parla addirittura di una "pace fredda", ritenendo un conflitto diretto fra le superpotenze altamente indesiderabile per entrambe le parti. Vedi Il Secolo Breve, Einaudi, 1995.
289) Fatte le necessarie distinzioni, da questo punto di vista il mondo della Guerra Fredda fu diametralmente opposto da quello di oggi nelle strategie americane. Gli Stati Uniti tenteranno di fronteggiare il nuovo nemico, ovvero il terrorismo internazionale, con la prevenzione e la politica del "first strike", colpire subito per stroncare. Cfr. Il Foglio, 12 giugno, 2002.
290) P. Petersen, Iceland in Soviet Military Strategy, Reykjavik 1987, p. 14.