Alle prime ore dell’alba navi da trasporto truppe entrarono nel porto di Reykjavik; sebbene una decisione di questo tipo era prevedibile, la popolazione locale per ore non seppe con chiarezza se si trattasse di soldati britannici o tedeschi.
Comandante delle operazioni venne nominato il colonnello Sturges, alla guida di un contingente di 40 ufficiali e 775 uomini di truppa distaccati dalla Royal Navy “brigata 101” con artiglieria di supporto, oltre un gruppo dei servizi segreti. Sturges aveva ricevuto l’ordine di occupare e difendere la capitale e l’insenatura naturale di Hvalfjordur (poco a nord di Reykjavik e considerata fruibile come base navale), oltre che di prendere possesso dei campi aerei dell’isola.
La decisione di dar vita a quella che fu, a tutti gli effetti, una occupazione aveva chiare implicazioni strategiche. Le isole Faroer non potevano assicurare, stando alle considerazioni del Segretario dell’Ammiragliato Britannico Mr. Phillips, una sufficiente base logistica per mancanza di condizioni ambientali favorevoli. Inoltre, qualora l’Islanda fosse stata invasa da truppe tedesche, i britannici avrebbero necessariamente dovuto contrattaccare, trasformando l’isola in un nuovo campo di battaglia (33).
Acquisita la consapevolezza della necessità di installare in Islanda infrastrutture militari e di entrare in possesso di un nodo vitale per l’intera regione, i vertici britannici erano di fronte ad un bivio; avrebbero potuto negoziare una alleanza con gli islandesi, procedendo quindi secondo i canali politici e diplomatici, come già era stato fatto per esautorare l’influenza economica tedesca nell’isola; oppure avrebbero potuto procedere militarmente e senza preavviso. Entrambe le posizioni avevano dei pro e dei contro: il negoziato rischiava di allungare i tempi, visto che gli islandesi erano fermi su posizioni di una neutralità quasi esasperata. Una invasione invece avrebbe fatto perdere prestigio agli inglesi, che rischiavano di essere accusati di aver agito esattamente come le truppe di Hitler in Danimarca e Norvegia. La decisione venne presa ai primi di Maggio quando Winston Churchill informò il “Gabinetto di Guerra” che l’invasione era la strada da preferire; il governo islandese non avrebbe volontariamente permesso alcun dispiegamento di truppe e, qualora gli inglesi si fossero attardati in discussioni di questo tipo, rischiavano di essere disturbati o addirittura anticipati dai tedeschi. In questi primi mesi di guerra, visti gli spettacolari successi, l’apparato militare germanico sembrava davvero in grado di portare a termine con successo qualunque iniziativa; questo “atteggiamento psicologico” degli inglesi fece pendere la decisione per una invasione. Insieme al contingente militare però sarebbe partito anche un nuovo staff diplomatico, presieduto dal nuovo console Smith, con il delicato compito di evitare la spaccatura con il governo islandese e far capire che l’intervento britannico, lungi dall’essere un atto di guerra contro una nazione indipendente, mirava alla salvaguardia della libertà dell’Islanda contro una Germania il cui arrivo sembrava imminente.
La mattina del 10 Maggio truppe e civili vissero una situazione paradossale. Quasi nessuno fra i soldati aveva visitato l’isola in precedenza, e pochi comunque ne avevano una idea chiara; i locali invece non sapevano chi fossero i nuovi venuti (34). Pochi giorni prima, il tenente Douglas Haig Thomas aveva preparato una scheda informativa sul paese: un deserto di lava coperto di muschi e licheni la cui popolazione, al contrario delle credenze abituali, non era costituita da eschimesi ma era di chiara origine europea. In allegato alla scheda solo due mappe piuttosto approssimative, una dell’isola tutta e l’altra della città. Reykjavik al tempo era la cupa capitale di uno stato povero, fatta di tante casette singole rivestite di bandoni di metallo ondulato; non vi era nulla di architettonicamente interessante se non la nuova università. La natura intorno alla capitale era sterile, priva di alberi, un paesaggio spesso definito “lunare”.
Molti di coloro che servirono in Islanda ci hanno lasciato traccia delle loro prime impressioni nei diari di guerra. Il Colonnello Wilson, nel giorno dello sbarco, scrisse:
«…Il tempo passava e alle 4:00 del mattino ci dirigemmo verso la baia di Reykjavik. Il paese sembrava collinoso e selvaggio, in lontananza solo montagne coperte di neve (…). L’aria era fredda e chiara, e si poteva vedere ad una grande distanza» (35).
Un ufficiale della RAF invece descrisse le prime impressioni in questi termini:
«Ci fermammo sulla banchina per studiare la parte di Reykjavik che si vedeva, e la trovammo brutta, sassosa, spoglia, inospitale. Polvere di lava ovunque… si prega per un po’ di pioggia e la polvere diventa fango» (36).
Col tempo i diari dei soldati riportano impressioni più clementi: nonostante tutti i limiti che la città potesse avere, nonostante tutti i disagi che l’estrema instabilità del clima potesse causare, mentre Londra e le altre città europee vivevano tempi drammatici scanditi dalle sirene dei bombardamenti, black-out e razionamenti alimentari, Reykjavik rappresentava per i propri ospiti una condizione ben più agevole dei loro commilitoni nel resto d’Europa.
I soldati distribuirono subito alla popolazione dei volantini per dirimere qualunque dubbio; le truppe di sua maestà si dicevano rammaricate di dover causare disturbo alla popolazione civile e si sarebbero comportati all’insegna del massimo rispetto, col solo intento di difendere e proteggere gli islandesi contro la Germania.
Uomini del console Bowering ricevettero le truppe e le guidarono subito per la città. Non vi furono incidenti. Gli inglesi requisirono alcuni autobus e battelli, dietro promessa di compensazione (garantita da un deposito di 2.000 sterline presso la Banca Nazionale Islandese), e si diressero verso il consolato tedesco. Trovarono Gerlach intento a distruggere documenti. Nonostante le proteste per la violazione dell’ambasciata, Gerlach ed i suoi uomini vennero presi in custodia. Anche altri edifici importanti della capitale vennero occupati, ad esclusione del parlamento.
Nel corso della giornata, seguendo i piani riceviti, il colonnello Sturges piazzò una compagnia a Reykjavik, un altro distaccamento partì per Hvalfjordur, prendendo posizione sui due lati dell’entrata dell’insenatura; altri distaccamenti vennero mandati a prendere possesso del campo aereo di Kaldadharnes (70 Km a Est di Reykjavik), Sandseikhjd e Katnagharda (sudovest). Altri uomini rimasero per servizi ausiliari. Le forze di cui Sturges disponeva erano in realtà troppo ridotte per assicurare una presenza forte nell’isola, ed erano per lo più una testa di ponte in attesa di rinforzi. L’artiglieria era ridotta e con poche munizioni, mentre solo un vecchio idrovolante Supermarine Walrus costituiva la copertura aerea. Quando le navi trasporto completarono lo sbarco e lasciarono l’isola, il senso di isolamento doveva essere pesante per i soldati rimasti.
La sera stessa Sturges venne ricevuto dal governo islandese. Il primo ministro Hermann Jònasson avanzò delle proteste formali ai vertici diplomatici e militari, accusando la chiara infrazione della neutralità islandese; eppure, secondo larga parte della storiografia islandese, ci fu un vero senso di “liberazione” tutti si resero conto che non si trattava dei nazisti (37). Nel discorso alla nazione, radiodiffuso nel tardo pomeriggio, il primo ministro invitò la popolazione a collaborare con gli “ospiti”, che avevano dato solenne garanzia di limitare al massimo il disturbo e che ogni danno sarebbe stato ampiamente rimborsato (38).
Il 14 maggio la “Forza Sturges” completò il dispiegamento dell’artiglieria, ed un altro piccolo distaccamento venne inviato ad Akureyri, la seconda città islandese circa 250 Km a Nord Est; pochi uomini che certo non avrebbero potuto rispondere ad una invasione tedesca, ma almeno avrebbero potuto avvertire la capitale. Il pericolo era che in questa primissima fase, dato che solo una parte dell’isola era sotto controllo, i tedeschi avrebbero potuto sbarcare indisturbati ed inosservati lungo tutta la costa orientale; ma il colonnello Sturges non disponeva di abbastanza uomini per spingersi oltre.
L’indomani dello sbarco i giornali del paese trassero le loro analisi ed i loro spunti di riflessione.
I commenti del Timinn, quotidiano del partito progressista (che liderava il parlamento) erano sostanzialmente in linea con il primo ministro; la politica della neutralità non sembrava più percorribile visti gli esempi danesi e norvegesi, e si doveva riconoscere che la Gran Bretagna doveva prevenire un ulteriore rafforzamento della Germania.
Il quotidiano Morgunblaðid, non appartenente ad alcun partito ma storicamente filo conservatore, ammetteva che sebbene gli islandesi avrebbero voluto vivere in pace con tutti, ciò non sembrava più possibile, e non ci si poteva lamentare dell’arrivo degli inglesi, da sempre amici, rispetto a quanto stava accadendo nel resto della Scandinavia.
Analogamente, l’Alþidublaðid, quotidiano legato ai socialdemocratici anch’essi al governo, parlò di “male necessario”, ed invitò la popolazione alla pazienza.
Di tutt’altro avviso i comunisti: il Þjòðviljinn, in un editoriale intitolato “Noi tutti protestiamo” attacca violentemente gli inglesi, il cui arrivo non sollecitato ne gradito offendeva la nazione. Chiunque appoggiava l’invasione o avrebbe lavorato per gli inglesi doveva essere considerato un traditore della patria.
In generale la popolazione fu accogliente e benevola verso gli inglesi che, va riconosciuto, ebbero l’accortezza di rispettare alcuni simboli quali i palazzi parlamentari. Non si registrarono incidenti che andarono oltre le provocazioni verbali dei giovani della capitale che simpatizzavano per i tedeschi. Anche il governo si comportò pragmaticamente, cercando il dialogo e la cooperazione senza arroccarsi sullo sdegno e l’offesa. Nell’incontro col delegato britannico, in cui il governo presentò le sue proteste formali, si passò subito ad analizzare la situazione. Smith assicurava che l’intervento inglese era di natura difensiva, e promise che la permanenza si sarebbe protratta solo per il periodo di guerra; il nuovo console aveva avuto piena autorità a negoziare con gli islandesi accordi di natura economica, e dava piena assicurazione che ogni danno sarebbe stato risarcito e che non ci sarebbe stata alcuna interferenza nella politica islandese.
Dall’altro lato dell’oceano intanto, l’ambasciatore inglese Lord Lothian informò il governo degli Stati Uniti su quanto stava accadendo (39). Gli americani erano ancora chiusi su posizioni isolazionistiche, eppure è lecito pensare che se le forze tedesche si fossero avvicinate troppo (in Groenlandia, nelle colonie olandesi e probabilmente anche in Islanda), ci sarebbe stata una reazione. In questo clima gli americani accettarono di buon grado l’intervento inglese, che doveva mettere al sicuro l’isola da una invasione tedesca; il Segretario di Stato Cordell Hull in sostanza accettava le giustificazioni britanniche.
Un problema che ha interessato da vicino la storiografia islandese ed anche britannica è quello della effettiva concretezza di un piano di invasione germanico. Gli inglesi ritenevano di aver preceduto una iniziativa tedesca, e alcuni indizi sembrano sostenere questa tesi.
Abbiamo già visto che nel periodo prebellico alcune attività tedesche venivano sospettosamente seguite dai servizi come “operazioni preliminari”, ed era ben chiaro ad entrambe le parte che la posizione strategica dell’Islanda sarebbe stata oltremodo utile a tutti, ma non risultano prove di piani in fase operativa prima del 10 maggio 1940.
Circa trenta anni dopo gli eventi, il già citato Donald Bittner ebbe modo di intervistare il generale Arthur Williams. Egli rivelò che lo spionaggio aveva avvertito della possibilità di un lancio di paracadutisti in Islanda, cui sarebbe seguito un forte contingente di 50.000 uomini già in preallarme sull’Elba. L’invasione britannica doveva necessariamente prevenire questa eventualità (40). Anche alcune pubblicazioni dell’US Marine Corp, che è possibile consultare presso l’archivio della base aerea di Keflavik, riportano aneddoti di questo tipo: un impiegato islandese del consolato tedesco, quando riportò a Gerlach la notizia dello sbarco inglese, il console rispose che doveva essersi sbagliato, che erano truppe tedesche anche se in anticipo di 10 giorni (41).
Dopo l’invasione inglese, l’Ober Kommando der Wehrmacht lavorò ad un piano di contrattacco, denominato “Ikarus”. Hitler avrebbe voluto la conquista dell’Islanda per accerchiare l’Inghilterra ma gli analisti militari diedero parere fortemente negativo. Non era il contingente inglese in loco a preoccupare, quanto piuttosto gli squilibri della regione: gli inglesi avevano basi importanti alle isole Orcadi e nelle Shetland, e si erano assicurati il controllo delle Faroer. La reazione americana era ancora imprevedibile. L’Islanda sarebbe stata una sorta di enclave tedesca troppo lontana: poteva essere conquistata con un blitz improvviso, ma non poteva essere mantenuta. Il Grand Ammiraglio Eirich Raeder, dopo un incontro con il Führer nel Giugno 1940 trasse le sue conclusioni: per attuare il piano sarebbe stato necessario trasferire una grande quantità di uomini e mezzi, forzando il blocco navale inglese, e instaurarsi in un’area controllata dal nemico. Come rivelarono molti ufficiali tedeschi dopo la guerra, l’idea che i vertici militari si erano fatta era che l’Islanda poteva anche essere conquistata con un blitz, ma la linea di approvvigionamento passava attraverso il blocco navale inglese, quindi senza il controllo di un canale sicuro le perdite rischiavano di essere eccessive, e le postazioni così conquistate, sottoposte ad un assedio continuo, sarebbero state troppo fragili. Anche gli impedimenti tecnici vennero discussi, ma in generale il progetto “Ikarus” passò in secondo piano quando due questioni molto più coinvolgenti cominciarono ad essere analizzate: il piano “Leone Marino”, per l’invasione dell’Inghilterra, ed il piano “Barbarossa” per un offensiva sul fronte orientale.
Intanto i marines del colonnello Sturges, dopo aver installato le batterie contraeree nella capitale, vennero rilevati il 17 Maggio dalla 147° brigata di fanteria, dalla 49° divisione dello Scottish Command, un contingente di 4.000 uomini, ed il generale Lammie assunse il comando delle operazioni. Anche l’esercito, sebbene in numero maggiore, non aveva a disposizione artiglieria pesante ne copertura aerea, e a causa della penuria di alloggi nella capitale parte della truppa venne sistemata in tende provvisorie. Effettivamente gli inglesi non fornivano una immagine rassicurante alla popolazione che avrebbero dovuto difendere, ed anche le radiotrasmissioni della propaganda tedesca tentavano di far salire la tensione (42). Tuttavia gli inglesi godevano del vantaggio di aver fatto la prima mossa: l’originario british defence plan considerava altamente improbabile uno sbarco tedesco che non fosse dal sud ovest (43), in quanto in altre località i porti erano generalmente piccoli, le strade inadatte al transito pesante e facilmente sabotabili. Avere quindi gli inglesi già posizionati sullo sbarco obbligato era per il comando tedesco fonte di ulteriore titubanza.
L’operazione “Fork”, come venne chiamata l’occupazione, procedeva comunque con pochi incidenti. In generale la popolazione e la polizia collaboravano con i militari, e solo il quotidiano comunista Þjòðviljinn si mostrava insofferente allo straniero.
Note al testo:
33) L'ammiragliato considerava indispensabile una base aerea e di rifornimento navale nella regione; le isole Faroer seppure anch'esse di una certa importanza, a causa delle ridottissime risorse, non avrebbero potuto far fronte alle esigenze di un contingente militare che poteva assumere dimensioni notevoli.
34) D. Neuchterlein, Iceland Reluctant Ally, Connecticut 1960, p. 23.
35) Diario di guerra riportato da Bittner, The Lion, cit., nel prologo.
36) Articolo non firmato, Offduty in Iceland, in Blackwood's Magazine (periodico), Londra gennaio 1945.
37) Queste considerazioni mi furono espresse dai professori Valur Ingimundarson e Þor Whitehead nel corso di alcune interviste; entrambi si dissero convinti che la pacifica mentalità islandese dell'epoca era molto più incline, se costretta, ad accettare gli inglesi piuttosto che i bellicosi germanici.
38) Le trascrizioni integrali del discorso vennero pubblicate pressocchè da tutti i giornali l'indomani mattina.
39) Lord Lothian venne ricevuto dal governo USA il 10 Maggio, quindi in realtà ne Reykjavik ne Washington ebbero comunicazioni preventive.
40) Bittner, The Lion, cit. p. 15.
41) The United States Marines in Iceland, 1941-1942, ed. US Marine Corp., 1960; aneddoto riportato in una intervista al generale H.R. Paige.
42) Nel rapporto all'ammiragliato britannico del Colonnello Sturges (202/50 del 27 maggio 1940) egli ricorda come la radio tedesca aveva annunciato l'affondamento delle navi trasporto inglesi, che dovevano riportare i suoi uomini in patria, quando queste erano ancora in porto.
43) C. Marks, Armed Guardians: the Allies in the Defence of Iceland durino the WWII, Fort Wayne, 1998.