L'Islanda, l'ONU e le altre organizzazioni

L'obbiettivo dichiarato di Reykjavik, in accordo con gli altri stati nordici, è quello di ottenere un seggio al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel 2009 o 2010 (282). Questa è probabilmente la sfida internazionale più difficile mai intrapresa dall'Islanda, che richiede una significativa valorizzazione del piccolo paese artico in ambito mondiale. Elevare la caratura politica di un paese piccolo è senza dubbio arduo, richiede un costante lavoro di partecipazione a quante più istituzioni internazionali possibili (anche al di fuori delle strutture ONU), ma permetterebbe ali'Manda di avere una opportunità unica di ampliare la propria influenza in campo internazionale.

Nel suo lavoro all'interno delle Nazioni Unite l'Islanda ha focalizzato i suoi sforzi principalmente su due problematiche: la legislazione marittima internazionale e le violazioni dei diritti umani.

L'interesse dell'Assemblea Generale dell'Onu sulle politiche del mare negli ultimi anni è andato crescendo, e, chiaramente, questo tocca da vicino gli interessi vitali di Reykjavik, che mostra segni di infastidito irrigidimento:
 
«There have been cases of individual industrial countries whishing to discuss fisheries in the General Assembly and to tell other countries, especially fishery countries, what to do. This is a dangerous trend and one that we must monitor carefully and oppose.» (283)

La posizione islandese prevederebbe un sistema di autocontrollo interno dei singoli stati, per il rispetto delle vigenti normative, affiancato da uno sforzo internazionale per abolire i sussidi statali alla pesca; tutto ciò per prevenire un impoverimento delle risorse marittime, esiziale a tutto il settore ma che colpirebbe in maniera più profonda gli stati che hanno, come l'Islanda, una industria ittica fondamentale a tutto il sistema economico.
In linea con questa strategia, l'Islanda partecipa con una delegazione permanente ai lavori della FAO; il dipartimento della pesca della FAO il Committee on Fisheries (COFI) sono le massime istituzioni sulle politiche marittime internazionali, all'interno delle quali la delegazione islandese ha l'obbiettivo di promuovere una serie di forum sull'effetto della pesca nell'ecosistema marino, e una convention sulla pesca abusivamente condotta.

Il secondo campo in cui il governo islandese tenta di ritagliarsi una posizione in vista è quello sulla lotta alle violazioni dei diritti umani. E' cosa nota che in questa campo molto è stato fatto ma ancor di più resta da fare, vista la disponibilità di molti stati ad accettare risoluzioni generali, per poi mostrarsi riluttanti nel guardare all'interno dei propri confini.

La popolazione islandese, che certo non ha mai sperimentato sulla propria pelle questo tipo di problematiche, sembra essere particolarmente attenta alle iniziative umanitarie. Reykjavik ospita un ufficio permanente di Amnesty International (che comunque, per statuto, non può ricevere sovvenzioni governative), nonché la sezione della Croce Rossa Internazionale che riceve le più alte sottoscrizioni al mondo per capita. Suscita favori presso la popolazione l'attività dell'associazione Peace-2000, che si è distinta nell'assistenza delle vittime del disastro nucleare di Chernobyl ed in progetti sanitari in Bielorussia ed Ucraina, e che ha ricevuto diverse onorificenze dall'ex presidentessa della repubblica Vigdis Fingbogadottir. (284)
La disponibilità islandese a lavorare ai progetti di UNIFEM in Kossovo ha mostrato un interesse particolare per quanto riguarda le problematiche di donne e bambini in situazioni critiche.

Più importante ancora è l'adesione alla Corte Internazionale (nel 1998 l'Islanda è stato il decimo membro a riconoscerla), ICC nella sigla inglese, che avrà sede a Le Hague, Paesi Bassi. Questo organismo giuridico nasce per essere una istituzione permanente con una giurisdizione generale, differenziandosi quindi dai tribunali internazionali ad hoc per l'ex Yugoslavia ed il Ruanda, con lo scopo di perseguire i crimini contro l'umanità senza limitazioni di spazio e tempo. La ICC comincerà i lavori a pieno regime quando la "dichiarazione di Roma", che la istituisce formalmente, sarà ratificata da almeno 60 paesi; nel frattempo i paesi che vi hanno aderito, come l'Islanda, possono procedere alla razionalizzazione dei propri statuti in vista di questa nuova corte.

Il governo di Reykjavik ha inoltre recentemente collaborato con l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA), per la costruzione di una scuola nei "Territori", ed ha istituito una propria agenzia per lo sviluppo dei paesi del terzo mondo (285) (che in un prossimo futuro dovrebbe lavorare a contatto con l'UN Development Programme). Sebbene queste iniziative siano ancora ridotte, bisogna riconoscere che l'Islanda sta comunque tentando di allargare i confini delle loro azioni; fino a qualche anno fa infatti, i rapporti internazionali si esaurivano in Europa e nel Nord America.
La lotta all'inquinamento su scala planetaria è un altro campo in cui l'Islanda non si risparmia;  anche  se  è  uno  dei pochi paesi  in  cui  è  ancora possibile  criticare "Greenpeace" (286), i problemi dell'ambiente sono tenuti in massima considerazione. Nel 1989 l'Islanda propose all'assemblea generale delle Nazioni Unite che la International Atomic Energy Agency (IAEA) sviluppasse un regolamento per l'utilizzo dei reattori atomici in mare (l'ambiente marino torna spesso nei pensieri degli islandesi); all'inizio la proposta venne respinta poiché non faceva differenza fra imbarcazioni civili e militari, e si poté procedere solo escludendo queste ultime, e ridicolizzando così la questione.

Sin dal 1990 Finlandia, Irlanda e Svezia hanno appoggiato le richieste islandesi di prendere seriamente in esame i danni ambientali causati da incidenti a reattori nucleari in mare; inoltre nel marzo 1995 Reykjavik ha ospitato una conferenza intergovernativa dell'Onu per proteggere i mari dagli agenti inquinanti prodotti a terra.
Anche nei confronti dei grandi paesi l'Islanda si è posta polemicamente senza remore. Un rapporto ministeriale datato aprile 1995 accusa alcuni stabilimenti inglesi delle tracce di cesio 134 e cesio 137 trovate in campioni di acqua islandese287; il 27 agosto del 1995 i ministri per l'ambiente dei paesi nordici fecero appello alla Francia perché bloccasse i test nucleari nel Pacifico.

Se il ruolo dell'Islanda in campo internazionale si limitasse a queste iniziative, sebbene interessanti e nobili, ci sarebbero ben poche possibilità di raggiungere l'obbiettivo del Consiglio di Sicurezza nei tempi previsti. Due strategie sembrano essere oggi percorribili, non alternative fra loro. La prima è quella di un maggiore coinvolgimento islandese in altre istituzioni, non necessariamente derivate delle Nazioni Unite, per ottenere quella "visibilità" che oggi manca. La seconda è il "gioco di squadra", secondo le regole della diplomazia, con gli altri stati nordici. Già abbiamo accennato come gli obbiettivi islandesi sono stati avallati dagli altri partners del Nordic Council, ed un "blocco scandinavo" potrebbe anche trascinare altre nazioni europee. Tuttavia è impossibile prevedere gli esiti di questo cartello con troppo anticipo: seppure c'è un'idea di massima, in seguito le alleanze si costruiranno su progetti concreti, e non sarebbe la prima volta se il fronte nordico si spaccasse clamorosamente.

L'Islanda dovrà quindi sforzarsi di aderire a quante più iniziative possibili; abbiamo già visto quali solo le sue posizioni nei riguardi della Nato, della cooperazione europea e delle Nazioni Unite. Un'altra area in cui la cooperazione comincia ad essere forte è quella delle repubbliche baltiche, che tra l'altro furono repentinamente riconosciute da Reykjavik. All'interno di un piano di collaborazione coinvolgente tutto il Nordic Council, l'Islanda contribuisce considerevolmente all'organizzazione e ricostruzione dei sistemi di controllo del traffico aereo (BALTNET), nonché al finanziamento dei centri di studi strategici della regione (BALTDEFCOL).
L'Islanda partecipa inoltre a tutti i forum regionali dell'atlantico settentrionale, l'Artic Council, il Baltic Council ed il Barents Council, ma queste istituzioni rimangono istituzioni diplomatiche di basso profilo.
L'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa solo da poco ha visto un vivo coinvolgimento islandese; l'Islanda istituì una propria delegazione permanente a Vienna, nel 1992, presso l'allora CSCE, ma un paio d'anni dopo non rinnovò il suo impegno. Solo nel marzo 1999 il governo ha reinsediato una propria delegazione a Vienna, per seguire la Kossovo Verification Mission, alla quale contribuiva con personale medico e operatori televisivi.

A conti fatti, la presenza islandese in campo internazionale è ancora troppo labile, e le velleità di accedere al consiglio di sicurezza rischiano di rimanere tali. Infatti il paese ha instaurato un regime di piena collaborazione con i vicini dell'Europa occidentale ed i fratelli scandinavi, ma trova ancora difficoltà ad uscire da questa "nicchia", che esaurisce per di più la quasi totalità anche dei rapporti economici. Al di là delle repubbliche baltiche c'è poco altro, ed anche l'impegno islandese presso le Nazioni Unite è piuttosto circoscritto.
Con il nuovo clima politico derivante dall'emergenza del terrorismo internazionale poi, c'è stato un radicale cambiamento delle priorità, che ha stravolto gli obbiettivi islandesi (formulati infatti prima dell'11 settembre); gli interventi umanitari, i problemi ambientali, le iniziative diplomatiche per il disarmo e la pacificazione di aree a rischio, tutte situazioni in cui almeno potenzialmente Reykjavik poteva dire la sua, hanno lasciato il campo a iniziative di tutt'altra entità. Guerra al terrorismo, un nuovo rapporto degli Usa con la Russia ed addirittura con la Cina, il problema del dialogo fra le religioni sono oggi i grandi temi internazionali. E su questi è ben difficile che la voce di Reykjavik possa farsi in qualche modo sentire.
 

Note al  testo:
 
282) The Security and Defence of Iceland at the Turn ofthe Century, resoconto del working group del ministero degli esteri, 1999.

283) Ministro degli esteri e commercio estero Halldor Asgrimsson, relazione al parlamento in occasione del 60esimo anniversario del dipartimento dei rapporti con l'estero, 14 novembre 2000.

284) P.W. Calvert, Uncertainty and Dissent: Iceland in the Post Cold War World, Illinois, 1996, pag. 197.

285) Hanno beneficiato di aiuti islandesi, sulla base di accordi bilaterali l'Uganda, Capo Verde, Mozambico, Malawi, Namibia e Timor Est.

286) Il contenzioso fra le parti comincia ad essere preoccupante. Il governo islandese sembra intenzionato a ristabilire la caccia controllata alle balene; alcuni attivisti di Greenpeace per tutta risposta sono riusciti ad affondare due presunte baleniere nel porto di Reykjavik, tanto che l'associazione è accusata dal governo di usare modi propri dei gruppi terroristici.

287) P.W. Calvert, Uncertainty and Dissent: Iceland in the Post Cold War World, Illinois, 1996, pag. 207.