L'Islanda e L'Unione Europea

Per quanto riguarda il punto di vista delle politiche di integrazione europea, l’Islanda non ha mai mostrato segni di un vero coinvolgimento, ed ha sempre limitato il suo interesse all’aspetto economico della questione.
L’Islanda ha fatto parte fin dalla sua fondazione, alla metà degli anni ’50, del “Nordic Council” l’assemblea che gestiva rapporti privilegiati fra i tutti i paesi scandinavi inclusa la Finlandia, ma questa istituzione non ha mai rappresentato una entità politica di prima rilevanza; probabilmente lo stesso inserimento della Finlandia, troppo vincolata ad un sistema di “non provocazione” dell’Urss, non permise a questa assise di confrontarsi con problemi politici veri, ed il suo profilo rimase sostanzialmente un forum di dibattito per politiche di integrazione socioculturale fra stati affini.
Più interessante è invece il coinvolgimento islandese in un’altra istituzione europea, ovvero la European Free Trade Association. Molti degli stati che ne fecero parte in passato sono oggi membri dell’Unione Europea, ed attualmente l’EFTA raggruppa solo quattro piccoli ma prosperi stati: Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Svizzera.
Il motivo per cui l’Islanda ha preferito aderire all’EFTA, cui entrò nel 1970, è di facile spiegazione. L’economia islandese è a senso unico, poiché le caratteristiche della nazione, la scarsità della popolazione e delle risorse, fa sì che l’unico traino produttivo del paese sia la pesca; per avere una idea basta soffermarsi su questi dati: tra il 1991 ed il 1995 circa il 77% delle esportazioni è composto da prodotti ittici, e l’Islanda è tra le prime 20 nazioni al mondo per volume di pesca; l’agricoltura è praticamente assente e anche l’industria non riesce a soddisfare i consumi interni.
Questo a fatto si che l’Islanda procedesse con i piedi di piombo in termini di inserimento in strutture sovranazionali, poiché senza una economia diversificata è molto difficile abbandonare posizioni protezionistiche o di stretta vigilanza. A differenza della CEE, l’EFTA si presentava come una istituzione senza velleità politiche ed esclusivamente commerciale.

Questo schema ha resistito per tutti gli anni ’80, senza peraltro impedire che l’Islanda annoverasse fra i propri principali partners commerciali paesi dell’Unione.
L’idea di una integrazione formale fra i due gruppi, cioè non sulla base di singoli accordi bilaterali fra gli stati, risale già al 1984; in un incontro svoltosi in Lussemburgo i ministri degli esteri di CEE e EFTA approvarono una dichiarazione per la creazione dello spazio economico europeo, una macro area che raccogliesse gli stati delle due associazioni. Successivamente quindi si cominciò a prendere in esame la rimozione degli ostacoli al commercio fra questi paesi.
Nel 1989 finalmente il presidente della commissione Jacques Delors propose una nuova forma di collaborazione, ovvero la cosiddetta Area Economica Europea. I membri dell’EFTA (allora Islanda, Austria, Liechtenstein, Norvegia, Svezia, Finlandia) reagirono positivamente. I negoziati partirono nel giugno del 1990, per arrivare alla firma del trattato di istituzione della AEE nel 1992, nel meeting di Oporto, che entrò in vigore il primo gennaio 1994.
Lo scopo di questo accordo è quello di unire i 15 stati dell’UE e tre stati dell’EFTA (dei quattro stati rimanenti nell’EFTA infatti, la Svizzera ha bocciato per referendum, nel 1992, l’adesione all’AEE) in un unico mercato, regolato dall’aquis communitaire, ovvero quel sistema per la libera circolazione di persone, beni, capitali e servizi e omologando le regole della competizione.

Il Trattato AEE, che consta di 129 articoli e ben 3500 “atti”, e raccoglie in un unico mercato ben 380 milioni di persone, che hanno la facoltà di vivere, lavorare ed investire nei 18 stati membri. Le differenze fra UE ed AEE sono diverse. Innanzitutto politiche agricole e politiche marittime non sono coperte da quest’ultimo se non in misura ridotta; in secondo luogo la AEE non è una unione doganale completa (non prevede una tariffa esterna comune); in terzo luogo non prevede una omologazione delle politiche commerciali con stati terzi.
Per quanto riguarda l’Islanda questa soluzione sembra essere ottimale:

«The EEA agreement ensures a link with those parte of european cooperation which have succeded best. An advantage of the EEA agreement is undoubtedly that certain aspects of european cooperation which are either less attractive or actually against the interest of Iceland, remain outside the agreement»

Dal punto di vista islandese gli aspetti più difficili da gestire sono ovviamente quelli della common fishery policy. Abbiamo ribadito più volte l’importanza di questo settore, e in un importante convegno economico del 1994 Örn Jònsson, allora presidente dell’istituto islandese per le politiche marittime, si esprimeva in toni assai allarmistici:


«What is catastrophic about the situation of the North Atlantic region is the permanent over fishing and the question mark many scientists set to the how renewable the resources really are. In recent discussions the combined problem of over fishing and ecological changes has been put into focus. Climate changes can possibly have a more significant affect on recruiment of such central species as cod than we were led to believe (…). No fish, no fish products, no affluence»

L’Area Economica Europea ha quindi dato la possibilità all’Islanda di partecipare a tutta una serie di istituzioni europee importanti senza compromettersi al di là delle proprie possibilità, proprio perché le politiche marittime sono escluse dagli accordi. L’Islanda ha aderito al Trattato di Shengen, entrerà presto a far parte del sistema di informazioni delle polizie europee (EUROPOL), ed ha ovviamente un ruolo attivo nelle varie sub commissione in cui si divide l’enorme lavoro dell’AEE.
Nel prossimo futuro i nuovi sviluppi cui l’Islanda dovrà far fronte sono due: l’allargamento dell’Unione Europea e la cosiddetta Strategia di Lisbona.
Per quanto riguarda il primo punto bisogna segnalare che esso interesserà da vicino anche Reykjavik poiché l’articolo 128 dell’AEE prevede appunto che i nuovi membri dell’Unione entrano a far parte dell’Area. Ormai il processo di allargamento ad Est è avviato da tempo e, salvo imprevisti, un primo gruppo di candidati dovrebbe entrare dal 2003-2004; fra i primi nuovi partners dovrebbero esserci la Polonia, l’Ungheria, la Slovenia, la repubblica Ceca, l’Estonia e Cipro, ma è possibile che qualche paese del secondo gruppo (Slovacchia, Romania, Bulgaria, Lettonia, Lituania, Malta e Turchia) possa accelerare i tempi.
La politica del governo islandese è comprensibile:


«Relations between Iceland and many of the applicant countries have a shorter history then those with present EU members states, and whitin the administrations of those countries there is less knowledge of icelandic conditions. There is, therefor, good reason to strenghten relations with these countries, as within a few years they will have a considerable influence on icelandic interests»

Al momento non è facile prevedere se e come l’Islanda sarà in grado di porre in essere incisive politiche di avvicinamento a questi stati prima di un loro ingresso nell’AEE, ma la situazione iniziale è ben poco incoraggiante: l’Islanda limita le sue politiche al settore economico, e negli ultimi tre anni gli indici di import – export non toccano l’1% del totale con quasi nessuno dei paesi candidati (solo la Polonia supera di pochissimo questa soglia).

La cosiddetta “Strategia di Lisbona” venne elaborata nel Summit UE tenutosi nella capitale portoghese nel marzo 2000. L’obbiettivo dichiarato è quello di rendere l’Europa il sistema economico più competitivo del mondo entro l’anno 2010, attraverso un piano di sviluppo che periodicamente individui dei traguardi e faccia un monitoraggio dei progressi. Sebbene questa iniziativa nasca all’interno dell’UE, non poteva non coinvolgere da vicino anche gli stati EFTA-AEE.

La “strategia” in realtà non crea istituzioni nuove, ma avvia un sistema di contatti serrati per indirizzare gli sforzi comunitari su problemi concreti ed, eventualmente, superarli. Gli EFTA-AEE hanno invece istituito un vero e proprio comitato ad hoc, proprio nell’ottica della massima cooperazione con le istituzioni europee, per seguire da vicino i lavori dei summit; il comitato pubblica dei “commenti” a quanto avviene in sede europea, lavorando come una sorta di osservatore. Per avere una idea di quale sia il ruolo di questo comitato, ed il clima nel quale lavora, sarà utile dare un’occhiata a stralci del “commento” sul Summit di Barcellona (15-16 marzo 2002):

«…The EEA EFTA States wish to emphasise their support for initiatives presented in the Financial Services Action Plan, and in particular the revision and further harmonization of the securities market
legislation, as suggested in the report of the Committee of Wise Men (the Lamfalussy report).
(…) The EEA EFTA States welcome the proposals for new procedural and enforcement rules under Articles 81 and 82 of the EC Treaty.
(…) The EEA EFTA States would like to underline the importance of food safety issues related to the functioning of the internal market. The movement of safe and wholesome food is an essential aspect of the internal market and can contribute significantly to the health and well being of citizens, and to their social and economic interests.»

Questo clima di piena collaborazione, comunità d’intenti e visione unitaria dei problemi porterà ad un ingresso dell’Islanda nell’Unione? La questione non si risolve con un sì o con un no, e nonostante l’AEE rappresenti di per se stessa una situazione soddisfacente il dibattito è aperto e disseminato di dettagli tecnici piuttosto complessi.
Da un punto di vista politico e finanziario non vi sono impedimenti significativi; in termini di performance economica l’Islanda è uno dei pochi paesi europei che può agevolmente rispettare i cosiddetti parametri di Maastricht per entrare nell’Unione Europea.
Un autorevole membro della Camera di Commercio islandese non molti anni fa (e dopo l’entrata in vigore della AAE) si espresse in maniera generalmente positiva . Le perplessità della categoria riguardavano soprattutto l’impossibilità islandese a partecipare al processo legislativo dell’Unione, che influenzava necessariamente tutta l’Area. Inoltre c’era il timore che, rimanendo fuori dall’Unione Europea, gli investitori avrebbero ritenuto l’Islanda un paese meno appetibile. La proposta quindi era quella di avanzare la candidatura e lavorare sul cosiddetto “Accession Treaty”, ovvero quel negoziato di regole particolari per far riconoscere le proprie peculiarità e trovare una via accettabile per tutti.

Un recente studio del ministero degli esteri e del commercio con l’estero (le due funzioni sono accorpate presso un unico dicastero) ha però rigettato questa ipotesi.
Secondo questo rapporto l’Islanda potrebbe effettivamente cercare di ottenere una serie di clausole e dichiarazioni, al fine di sottoporre lo sfruttamento del mare al parere di commissioni scientifiche islandesi ed a licenze ministeriali autonomamente gestite, ma non potrebbe evitare investimenti stranieri in questo campo, cosa che invece l’AEE assicura. L’Islanda non potrebbe infatti far valere l’obbiezione che la pesca è un settore economico vitale e, come tale, debba essere protetto, poiché non è dato agli stati membri esentare interi settori commerciali dai principi generali dell’Unione.
Anche per quanto riguarda le politiche di cooperazione in materia di sicurezza si avanzano delle perplessità. L’Islanda considera queste politiche auspicabili fintanto che non entrano in conflitto con le ben consolidate relazioni atlantiche. L’Islanda ha basato la sua difesa sulla cooperazione bilaterale con gli Usa e sulla Nato. Undici dei quindici stati dell’Unione sono anch’essi paesi Nato, ed i quattro rimanenti (Austria, Finlandia, Irlanda e Svezia) sono comunque interlocutori a vario titolo; sebbene l’Europa ha l’ambizione di sviluppare un proprio sistema di sicurezza autonomo, nulla per Reykjavik potrebbe rimpiazzare il Patto Atlantico.

Attualmente non sembrano esserci motivi per affermare che in un prossimo futuro la politica islandese possa cambiare.
L’Islanda, con una popolazione di appena 270.000 persone nella regione sub artica, è comunque un micro stato con delle caratteristiche molto particolari; sebbene non vi sarebbero ostacoli politici o culturali all’integrazione, il paese ha oggi un suo equilibrio ben definito. Non è più dipendente dagli Stati Uniti per la propria sopravvivenza economica ed intrattiene già le relazioni più amichevoli possibili con l’Unione ; come tanti altri micro stati deve rispettare alcune proprie peculiarità, ma è riuscita a farlo senza limitare le proprie aspettative. Quindi è facile ritenere che fintanto che questa situazione rimarrà immutata, un ingresso islandese nell’Unione Europea non sarà nell’agenda politica dei governi futuri.

 

 


Note al testo:

 

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