La possibilità di una invasione di truppe convenzionali, o peggio di un attacco nucleare dal vecchio nemico, è scenario ormai impensabile; cosa è stato allora della base di Keflavik, pedina fondamentale per tutto il corso della guerra fredda, dell’Early Warning System? Questo sistema, concepito per evitare la possibilità di un devastante attacco a sorpresa, trovava in Keflavik il suo anello centrale. Era per questo mantenuto ai massimi livelli di efficienza.
Se prestiamo attenzione a quali erano le capacità della base alla fine degli anni ’80, ci troviamo di fronte ad un imponente spiegamento di forze. I mezzi permanentemente disponibili per il lavoro di routine ammontavano a: 18 aerei intercettori F-15, 9 aerei per la sorveglianza marittima P-3, 2 aerei radar E-3 (AWACS), 1 aereo cisterna KC-135, più altri mezzi di supporto (senza peraltro contare il personale di terra, le postazioni radar, gli scali a disposizione per la Marina) .
La Military Air Defense Identification Zone (MADIZ, l’area all’interno della quale ogni aereo sconosciuto viene intercettato), si estendeva per 200 miglia nautiche, ed era la zona con il più alto numero di intercetti di aerei sovietici, quattro volte superiore a quelli in Alaska, per esempio. Nel 1985 tali intercetti ammontarono a ben 170 nell’arco dell’anno.
Anche senza avere una dettaglia documentazioni dei bilanci è chiaro che una tale struttura richiedeva alti costi di mantenimento, che peraltro ricadevano in toto sull’esercito degli Stati Uniti (solo in minima parte sulla Nato).
Il nuovo ordine mondiale ha ovviamente stravolto questa situazione; nel 1991 intercetti aerei furono appena 26 per tutto l’anno e ridotti a zero negli anni successivi; l’arsenale schierato a Keflavik si rivelò non solo eccessivo ed antieconomico, ma proprio antistorico.
Negoziati per un taglio significativo di costi alla luce delle nuove competenze furono intavolati dai governi islandese ed americano nel 1993 e 1996; a seguito dei nuovi accordi gran parte di uomini e mezzi vennero smobilitati, lasciando operativi a Keflavik solo 4 intercettori in “temporary duty” ed un personale di 200 soldati. In Islanda rimangono inoltre quattro potenti radar FPS – 117 ai quattro angoli dell’isola, nonché cinque elicotteri HH-60 del 56th Rescue Squadron attrezzati al recupero in mare.
Da un punto di vista militare la base ha ormai un potenziale ed un ruolo ben ridotto rispetto al passato, e il maggior servizio offerto dalle infrastrutture di origine militare è oggi la copertura radar della regione, che peraltro è in larga parte passata ad una agenzia islandese.
Nonostante questo cambiamento, nessuno dei governi interessati sembra intenzionato a smantellare completamente la base di Keflavik. Come lo stesso ministro degli esteri islandese ha affermato in occasione delle celebrazioni per il cinquantennale del Defense Agreement: «Credo che oggi abbiamo nel nostro paese un minimum necessario alla difesa del territorio. Il Governo non vede alcun motivo per chiedere ulteriori cambiamenti. Riteniamo che una capacità difensiva credibile sia necessaria, e continueremo a basare la nostra politica e la nostra difesa su queste considerazioni»
La posizione dell’attuale ministro degli esteri è chiara; per quanto la base di Keflavik possa aver ridotto il suo ruolo, in mancanza di un esercito islandese è pressoché l’unica entità militare dell’isola; nessun paese europeo ha totalmente abolito le proprie difese e, anzi, la crisi dei Balcani ha messo in luce la necessità di una stretta collaborazione militare anche in Europa.
Gli Stati Uniti dal canto loro non sembravano interessati ad un completo abbandono dell’isola; tutto sommato l’assetto dato dall’amministrazione Clinton sembra essere gradito ad entrambe le parti.
Un altro aspetto che va sottolineato sono le nuove considerazioni di natura economica che ruotano intorno alla base. In tempi passati la Defense Force e la base di Keflavik hanno rappresentato delle risorse finanziare irrinunciabili per lo stato islandese, nonché una leva importante per accedere a commercio e credito estero. Oggi bisogna segnalare che la base di Keflavik ha perso un impatto economico profondo sulla nazione, proprio perché l’economia islandese è finalmente solida e prospera. Cinquant’anni di guerra fredda hanno portato in Islanda un miracolo economico paragonabile, nei suoi esiti conclusivi, a quello avvenuto in Italia nel dopoguerra e oggi gli standards di vita sono statisticamente fra i più elevati al mondo. L’Islanda può ora presentarsi come un partner commerciale con una dignità ed una credibilità propria, ha raggiunto cioè un equilibrio tale da non dovere (e neanche più poter più) legare la politica economica a quella difensiva, come ampiamente fatto in passato; in questa nuova cornice il ridimensionamento della Defense Force ha avuto un impatto minimo sulle casse della nazione.
Il rapporto fra islandesi ed americani per quanto riguarda la base di Keflavik non esaurisce la politica difensiva di Reykjavik, che continua ad essere un membro della Nato.
Come l’Alleanza Atlantica si è andata modificando negli ultimi anni, allo stesso modo l’Islanda ha sostanzialmente cambiato il suo ruolo, ritagliandosi uno spazio di maggiore vitalità durante tutti gli anni ‘90.
Fintanto che l’attività principale della Nato era quella di contraltare del Patto di Varsavia, il ruolo islandese era molto deficitario, una sorta di alleato “non paritario” rispetto agli altri; non solo l’Islanda era priva di un esercito ed aveva delegato la propria difesa agli Stati Uniti, ma, in mancanza di competenze tecniche e di sistemi di sicurezza adeguati, era spesso tenuta all’oscuro dei grandi piani strategici.
Gli anni ’90 segnano invece una inversione di tendenza. Con la fine della guerra fredda e l’inserimento di numerosi “ex nemici” fra le fila degli alleati, il ruolo della Nato si dovette necessariamente ridisegnare su nuove basi, pena la sua inutilità storico politica. Si aprì così a nuovi interventi anche al di fuori dei propri confini, improntati ad una sorta di mantenimento dell’ordine mondiale (o almeno nelle zone dove questa necessità sembrava più pressante), con un ruolo non più di natura strettamente militare .
Le cosiddette operazioni di “peace keeping”, interventi umanitari e di accoglienza di profughi di guerra ha aperto nuove strade percorribili anche da personale civile. Per tornare all’Islanda, nel 1997 essa ha per esempio inviato personale medico in Bosnia, al seguito di una unità britannica della Stabilization Force (SFOR). Fu un intervento piuttosto ridotto, coinvolgente appena 50 islandesi in tutto, ma qualche tempo dopo il governo islandese decise anche di ospitare profughi albanesi dal Kossovo, perpetrando una politica di coinvolgimento nei fatti internazionali.
L’Islanda degli anni ’90 visse una stagione di piena sintonia con le strategie della Nato, avendo appoggiato spesso e volentieri i processi di “allargamento ad Est”, ed altri programmi più o meno affini (come l’Euro-Atlantic Partnership Council o la Partnership for Peace ), come momenti di stabilizzazione dei paesi coinvolti dall’allargamento. L’Islanda si è caratterizzata per uno spirito particolarmente interessato e volitivo. In occasione del meeting di Reykjavik dell’aprile 1997, su questi temi la posizione del governo fu la seguente:
“Our relation with Russia are at the same time going through a rapid transformation. We realize and recognize Russia’s difficulties in appreciating Nato’s enlargements, but frankly it is not for Russia to decide, veto, or prevent. (…) Nato enlargement will happen not because the Alliance wants to expand, but because the nations of Central and Eastern Europe are exercising their sovereign right to choose their own security arrangements”
L’attuale ministro Asgrimsson ha inoltre iniziato pochi anni or sono un progetto significativo, seppur ridotto in termini di uomini e competenze, ovvero una sorta di “unità di intervento rapido”; un gruppo di circa 100 persone, per lo più medici e personale di polizia, ha dato la sua disponibilità per interventi all’estero in condizioni assimilabili a quelli balcanici e dietro breve preavviso. E’ chiaro che è poco più che un piccolo gruppo di filantropi, ma conferma in un certa tendenza politica del governo.
Un contributo tecnico di qualche entità reso alla Nato fu in campo informatico: l’Islanda, in virtù di indubbie competenze scientifiche e di “esperienza sul campo”, fornisce abitualmente personale specializzato per la realizzazione di software per sistemi radar.
Reykjavik inoltre, nei primi anni ’90 ottenne una certa visibilità all’interno del Patto nel tentativo di sensibilizzare gli alleati sul legame fra difesa ed ambiente; al meeting di Londra del 1990, l’allora ministro degli esteri Hannibalsson tentò di far inserire le forze navale nei lavori per il controllo degli armamenti, con lo scopo di ridurre la possibilità di incidenti nucleari in mare . Il suo sforzo fallì, per l’opposizione soprattutto di Gran Bretagna e Stati Uniti, poi la guerra del Golfo fece cadere il discorso, ed il piccolo staff islandese (appena 120 persone lavorano per il ministero) non fu in grado di riproporlo vivacemente.
Con l’emergenza terrorismo però tutto torna di nuovo in discussione. La Nato ha avuto modo di uscire da quella che alcuni consideravano una sorta di “crisi d’identità” seguita dal crollo del vecchio nemico. Il patto atlantico nasceva come una alleanza difensiva ben definita, ma negli ultimi anni si andava riciclando come la componente fondamentale di “braccio armato” delle Nazioni Unite (con tutte le imperfezioni di questa definizione). Oggi la Nato non ha più bisogno di “aspettare un’occasione” per esprimere una propria ragion d’essere anche in aree a lei teoricamente estranee.
L’Alleanza Atlantica si è oggi focalizzata su di un nemico preciso, il terrorismo internazionale che minaccia la sicurezza degli stati membri, dal loro interno o con l’appoggio di stati terzi. Un siffatto nemico, sgusciante e difficile da contrastare, fa tornare il ventaglio dei possibili interventi Nato su scelte prettamente militari: attività di servizi segreti ai massimi livelli ed interventi armati laddove ritenuto necessario per colpire “l’asse del male”. Inutile ricordare che con l’attacco alle Torri Gemelle è scattata per la prima volta l’ipotesi di applicazione dell’Articolo 5 del trattato.
In questo nuovo contesto l’Islanda esce nuovamente di scena: il piccolo stato artico non è in grado di fornire personale né per contingenti armati né per l’attività spionistica. Inoltre il centro delle attività si allontana, spostandosi presumibilmente più a Sud. L’Islanda poi non è ritenuta un bersaglio credibile di stragi terroristiche, né tantomeno una possibile sede di organizzazioni sovversive.
Non è facile prevedere se, nell’ottica generale di un maggior controllo degli spazi aerei, i comandi militari della base di Keflavik riusciranno ad avere la disponibilità di più efficaci risorse. Attualmente la situazione mi è stata illustrata da Fridþor Eydal, Deputy Public Affairs Officer dell’Icelandic Defense Force in questi termini:
«No changes were made in the icelandic defense force or the Keflavik Naval Air Station relating to the terrorist attacks in the U.S. on 11 Sept 2001other than the general U.S. military-wide alterations of force protection status from time to time.»
Una ripercussione politica rilevante in questo nuovo clima è quella di sgombrare il campo da una questione che fino a poco tempo fa serpeggiava negli ambienti islandesi: era ipotizzabile che fossero gli americani un giorno ad appellarsi all'articolo VII del Defense Agreement, per svincolarsi dalla difesa dell’isola? In un prossimo futuro ciò non è ritenuto plausibile.
Ciò che si evince da questi fatti può essere riassunto in questo senso. L’attività dell’Islanda nella Nato è inversamente proporzionale alle attività militari di questa.
Durante il post guerra fredda, la Nato stentava a trovare una identità credibile ed una ragion d’essere convincente, dovendo abbandonare la propria natura di alleanza difensiva contro il blocco sovietico. In questo scenario si sono aperte nuove possibilità “civili”, e la Nato si è trasformata in una sorta di avanguardia dei processi di integrazione in occidente dell’Europa orientale; non è un caso molti dei nuovi membri della Nato sono anche i candidati all’ingresso nella UE. L’Alleanza inoltre si è espressa in azioni umanitarie e di “peace keeping” in vari scenari, e l’Islanda ha avuto modo quindi di accedere a queste iniziative come parte attiva, fornendo personale medico e assistenza di vario genere.
Seppellita la guerra fredda e la “pace tiepida”, la nuova minaccia del terrorismo internazionale ha grandemente modificato questo processo. Ora si è individuato un nemico certo da combattere (cosa necessaria per il buon funzionamento di qualunque apparato militare), quindi la Nato da un lato mantiene il suo avvicinamento all’Oriente, che anzi si è accelerato, ma dall’altro plausibilmente ridurrà il suo coinvolgimento in azioni concertate con l’Onu su teatri regionali minori, come ad esempio poteva essere l’Africa, per dedicarsi ad un nuovo impegno contro il terrorismo; il fatto stesso che il presidente americano Bush si sia rivolto ai partners atlantici l’indomani dell’11 settembre implica un coinvolgimento reale e concreto intorno a questo obbiettivo, cui gli alleati dedicheranno la maggior parte dei propri sforzi.
Come l’attuale Segretario Generale della Nato ha esemplificato proprio a Reykjavik di recente:
«Subito dopo la fine della Guerra Fredda la Nato ha dovuto trasformarsi per costruire un nuovo modello di sicurezza per l’Europa; poi, di nuovo, per affrontare e risolvere l’instabilità dei Balcani. Ora deve cambiare ancora per occuparsi delle minacce del nuovo secolo»
Le iniziative del terrorismo hanno quindi “cambiato le regole”, e l’Islanda non ha i mezzi per giocare questa nuova partita, che torna a vedere come primi attori forze armate, servizi di intelligence e strumenti di pressione molto concreti. Non spetta a questa ricerca spingersi tanto in là da prevedere se e come la Nato saprà reagire alle fragorose spaccature che l’hanno recentissimamente segnata, comunque con tutta probabilità Reykjavik tornerà ad essere un alleato fedele ma in una condizione ancor più carente che in passato; l’Islanda ha perso il suo status di nazione strategicamente importante, ma oltre a ciò neanche teoricamente potrebbe partecipare ad un “tributo di sangue” con gli alleati, cosa che in questa nuova cornice potrebbe rendersi necessario. Per quanto questa logica possa apparire brutale ed indegna, ciò riduce al minimo la capacità decisionale islandese all’interno dell’Alleanza; se Reykjavik sponsorizzasse vigorosamente una qualsivoglia campagna militare suonerebbe come un imbarazzante “armiamoci e partite” alle orecchie degli altri partners, e più probabilmente si limiterebbe a giudizi politici senza la presunzione di poter influenzare in qualche modo il processo decisionale.