Dopo il superamento di quest’ultima Cod War la politica estera islandese ha ben poco da dire. Per tutto il resto della guerra fredda non si segnalano altri momenti di crisi importanti: l’Islanda non procederà ad alcuna iniziativa per innalzare il limite delle 200 miglia, non chiederà il ritiro dei soldati americani e men che mai l’uscita dalla Nato.
Le reciproche posizioni erano ormai pienamente cristallizzate, ed un esempio importante ci è dato proprio dal partito filosovietico Alleanza Popolare. Abbiamo visto che in passato aveva posto pregiudiziali antiamericane importanti per la sua partecipazione a formazioni di governo, ma questo non si ripeterà. Il partito entrò in alcune coalizioni (1978, 1981), ma senza pretendere alcuno stravolgimento della politica di difesa, se non il veto su eventuali ampliamenti del contingente statunitense. I conservatori del Partito Indipendente d’altro canto erano sempre stati i “migliori amici” degli americani, e mantenendo sempre la maggioranza relativa in parlamento, fecero sentire il loro peso politico.
Se diamo un’occhiata agli indici economici della nazione, risulta ormai chiaro che il commercio con il blocco orientale non raggiunge più livelli di guardia. Sia le importazioni che le esportazioni nei primi anni del decennio sembrano “reggere” intorno al 10% (1980-83), successivamente il trend è visibilmente negativo: per le importazioni dall’Urss si passa dal 9% (1984), al 5,7% (1986) al 4,2% (1987). Le esportazioni in Urss vanno dal 7,8% (1984) al 4,28% (1986) al 3,64% (1987). Il commercio con i satelliti sovietici inoltre cessa quasi del tutto.
Per quanto riguarda l’opinione pubblica abbiamo finalmente un valido strumento di analisi. Tra il maggio ed il giugno del 1983 la Commissione Islandese di Difesa ed Affari Internazionali (Öryggismálanefnd) redasse uno dei più approfonditi screening sui temi della Nato e della Base ; il lavoro, condotto secondo canoni statistici rigorosi, dividendo cioè gli intervistati per categorie, aree politiche, etc. presenta dei risultati importanti.
Alla domanda sulla continuazione della partecipazione islandese alla Nato, i risultati furono come segue:
| Favorevoli |
53% |
| Contrari |
13% |
| Indecisi |
34% |
Quindi, fatte le debite proporzioni, tra coloro che hanno espresso una opinione risulta il seguente rapporto:
| Favorevoli |
80% |
| Contrari |
20% |
Estrapolando però le varie categorie di intervistati, è possibile fare qualche riferimento interessante.
L’opposizione alla Nato risulta più marcata in alcune fasce di età giovanili, dai 24 ai 29 anni e dai 30 ai 39; queste persone furono quelle che videro la guerra del Vietnam nel corso della loro vita postadolescenziale e studentesca . Inoltre gli abitanti della città di Reykjavik e della regione del sud est (Rejkianes), tendono ad avere una percentuali di indecisi inferiore a quella degli abitanti degli altri distretti elettorali.
Per quanto riguarda invece il problema della base militare di Keflavik e la sua effettiva necessità, gli intervistati risposero come segue:
| Decisamente Favorevoli |
23% |
| Tendenzialmente Favorevoli |
31% |
| Indifferenti |
15% |
| Tendenzialmente Sfavorevoli |
15% |
| Decisamente Sfavorevoli |
15% |
Eliminando gli indecisi ed accorpando le risposte simili si ottiene:
| Favorevoli |
64% |
| Contrari |
36% |
Il lavoro della commissione risulta molto curato nello scorporare i voti secondo tutte le categorie statistiche e politiche, tuttavia le risposte non cambiano di molto né destano eccessive sorprese (ad esempio il 84% di coloro che votarono per il centro destra si dissero favorevoli, mentre l’86% di coloro che votarono per i comunisti di Alleanza Popolare si dicevano contrari).
Non deve destare sorpresa il fatto che il numero degli “indecisi” per il quesito riguardante la Nato sia piuttosto elevato; tutto sommato, da un punto di vista operativo, l’Islanda era stato un alleato passivo e senza un vero ruolo propositivo; invece la questione della base era una questione concreta e, probabilmente, il coinvolgimento apparentemente più interessato non era dettato da considerazioni di natura strategica, cui gli islandesi prestavano poca attenzioni, ma piuttosto dalla natura reale e visibile della base militare.
Di un certo interesse risultano altri quesiti posti; gli islandesi rispetto ai 4-6 anni precedenti ritenevano che la minaccia di una guerra non si fosse affatto ridotta (solo il 6% delle risposte in questo senso); ben l’86% si diceva d’accordo con la creazione di una area denuclearizzata per gli stati nordici, e una buona maggioranza (63%) si diceva d’accordo con l’idea di esigere un affitto per l’area di Keflavik.
Altri sondaggi seguirono l’andamento dell’opinione pubblica islandese , ma non si discostarono in maniera netta da quanto emerso dal lavoro della Commissione.
E’ possibile affermare che forse il quadro si compose tanto nettamente per una più o meno profonda “americanizzazione” della società islandese? Cosa era stato, in sostanza, dei pericoli di minaccia all’identità culturale, come i più accesi neutralisti andavano ammonendo negli anni ’50? Dare una risposta esaustiva a questo problema è impresa difficile, anche perché è difficile individuare dei grandi valori di riferimento che siano nettamente contrapposti tra la società americana e altre società europee del dopo guerra. Gli statunitensi non erano esponenti di una società alternativa o vistosamente stridente con quella locale, come ad esempio era accaduto alle Hawaii, ed una certa affinità di fondo quindi deve essere considerata.
E’ chiaro che oggi, abituati come siamo a comunicazioni fulminee e frequenti interazioni fra i popoli, una questione siffatta verrebbe affrontata con tutt’altro spirito, ma in aggiunta alla differenze dei tempi l’Islanda pagava il dazi a secoli di isolamento, che si tradussero in un forte ritardo nell’integrazione nella comunità internazionale. Tutto ciò contribuì a rendere la società islandese ancor più timorosa dello straniero, più xenofoba (senza per questo dare al termine alcun valore razzista e spregiativo).
Bisogna riconoscere che la base di Keflavik poteva effettivamente rappresentare un elemento dirompente dal punto di vista sociale: ospitava sì che poche migliaia di persone e relative famiglie, ma fatte le debite proporzioni, era come se a pochi chilometri da Washington o Roma vi fosse una base straniera che ospitasse diversi milioni di soldati. Inoltre, ancora oggi, solo poche città islandesi superano i mille abitanti e per assurdo la base militare era uno dei centri più popolosi del paese.
Per questo motivo i militari furono organizzati in modo da limitare al massimo i contatti con i locali; all’interno della base vennero create tutte le strutture necessarie per vivere decorosamente senza “pesare” sulla comunità islandese, come scuole, negozi, chiese, impianti sportivi etc. Grazie a questa politica di “impatto morbido” e controllato la società ebbe modo di adeguarsi lentamente, senza uscirne compromessa e superando col tempo alcuni isterismi che l’avevano precedentemente caratterizzata.
E’ verissimo che lo stato islandese, ancora in formazione, aveva sancito per legge la propria neutralità perpetua, rinnegando qualunque mentalità militarista (aliena alla storia islandese vista l’assenza di qualunque forza armata), ma l’Islanda, nello stralciare questi principi, non aveva meramente ceduto alle esigenze strategiche di uno stato più forte, aveva piuttosto attualizzato le proprie posizioni; è superfluo ribadire che in tempi di Guerra Fredda la posizione geografica dell’Islanda non le permetteva di isolarsi da ciò che aveva intorno, ovvero il crocevia aeronavale più trafficato al mondo. I sondaggi sopra riportati confermano che, col tempo, la società civile non aveva perso il suo tradizionale spirito pacifico, ma si rese pienamente conto delle ragioni della politica, delegando ad un altro stato, con cui avvertiva forti affinità, la propria difesa. Sarebbe riduttivo quindi parlare di un allineamento coatto.
Appare chiaro che già a partire dalla fine degli anni ’70 si era aperto un periodo di grande stabilità in materia di politica di sicurezza, che non avrebbe più vacillato. Opinione pubblica, indici economici e mondo politico finalmente erano concordi nell’indicare il proprio cammino e l’Islanda si spogliò di quelle ambiguità altalenanti che, seppure erano valse indubbi vantaggi precedentemente, erano ormai superate.
Note al testo:
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