Il governo radicale ci riprova

Alle elezioni del 1971, i risultati elettorali posero fine alla coalizione di conservatori e socialdemocratici . Questi ultimi subirono una scissione ad opera di una frangia di dissidenti autodefinitasi “Unione dei liberali di sinistra” (Samtöek Frjalslyndra og Vinstrimanna), ed essi si unirono a progressisti e socialisti di AP per la formazione di una nuova maggioranza radicalmente di sinistra.
Il nuovo governo, in carica dal 1971 al 1974, in politica estera adottò praticamente lo stesso programma che aveva già caratterizzato il primo “governo radicale” (1956-58): la richiesta di rinuncia al Defense Agreement e l’ampliamento delle acque territoriali. Dodici anni di leadership di centro destra sembravano non aver potuto, o voluto, cementificare la posizione delle forze armate americane nell’isola.
Il perché di questo nuovo cambiamento è stato generalmente indicato nella ferma volontà di AP, che riteneva il ritiro americano una precondizione al suo inserimento nel governo; i progressisti dal canto loro, ormai all’opposizione da dodici anni, non trovarono difficoltà a legarsi a questo patto. Lo stesso leader del partito, Òlafur Johannesson aveva dichiarato qualche anno prima:

«Voglio qui riaffermare che la partecipazione alla Nato e la presenza della Defense Force sono due questioni separate che non devono essere confuse. La presenza della Defense Force non è affatto una conseguenza inevitabile della partecipazione alla Nato. Quando l’Islanda entrò nell’Alleanza nel ’49 si riteneva che la sicurezza del paese potesse essere assicurata senza lo stazionamento di forze militari in tempo di pace. Confido nel fatto che ciò sia ancora possibile, nonostante le circostanze e le nuove tecnologie. Io quindi ritengo che, entro i limiti delle obbligazioni della nazione, la Defense Force debba gradualmente ritirarsi dall’Islanda. Questa è la politica del Partito Progressista»

Prima di affrontare la questione Keflavik, il governo si lanciò in un’altra “Cod War”, per portare le proprie acque territoriali da 12 a ben 50 miglia (settembre 1972).
Furono ancora una volta gli inglesi ad opporsi, scortando i propri pescherecci con navi militari. Ma questo nuovo incidente, ormai una sorta di “opera buffa”, non si risolse diversamente da quello del ‘58-’60. L’unica leva che gli islandesi potevano usare era ancora una volta la base di Keflavik, e gli statunitensi temevano uno strappo irreparabile, essendo la revisione del Defense Agreement già nell’agenda politica del governo.
Sotto pressione americana la Gran Bretagna dovette cedere, accontentandosi di una licenza di pesca entro la nuova zona per un periodo di tre anni.
Dopo il superamento di questa nuova crisi, si mise mano all’accordo del ’51. In una dichiarazione programmatica il governo formulò la sua nuova politica di difesa in questi termini:

«Il governo ritiene che sforzi debbano essere fatti per un allentamento della tensione a livello mondiale e per il rafforzamento della pace e della riconciliazione, attraverso un più stretto contatto fra le nazioni ed attraverso una politica generale di disarmo. Riteniamo inoltre che pacifici rapporti fra le nazioni potranno mantenersi più facilmente senza le alleanze militari. Non c’è pieno accordo fra le forze di governo per quanto riguarda la partecipazione dell’Islanda all’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico. Comunque, alle presenti condizioni, l’ordine attuale non verrà modificato, anche se il governo seguirà più assiduamente possibile gli sviluppi di questi aspetti e rivedrà in ogni momento la posizione dell’Islanda in rapporto agli eventuali cambiamenti. Il governo conviene sull’opportunità di una conferenza speciale sulla sicurezza europea. Il Defense Agreement con gli Stati Uniti dovrà essere rivisto, per ottenerne la terminazione in modo che la Defense Force possa gradualmente lasciare il paese. L’obbiettivo sarà quello di vedere la partenza della Defense Force conclusa entro i termini della legislazione»

Il 25 giugno del 1973 il governo si appellò quindi all’articolo VII del Defense Agreement; la procedura prevedeva una notifica, oltre che al governo degli Stati Uniti, anche al Consiglio Atlantico, che aveva facoltà di elaborare uno proprio studio. Tale documento venne presentato sei mesi dopo: la revisione del Defense Agreement avrebbe dovuto mantenere in attività le infrastrutture presenti in Islanda, in modo da perpetrare la sicurezza dell’Alleanza nel suo insieme e, specificatamente, dell’Islanda come punto cruciale fra i due lati dell’oceano . In pratica si auspicava vivamente che un eventuale nuovo assetto non modificasse radicalmente la situazione, limitandosi a cambiamenti secondari e quindi mantenendo la presenza di militari nell’isola.
Il primo ministro islandese Òlafur Joannesson (PP) era aperto al negoziato, e delle trattative bilaterali vennero poste in essere con l'amministrazione Nixon. Il 13 marzo 1974 il ministro degli esteri islandese ricevette il mandato per le trattative, che si sarebbero svolte a Washington (8-9 aprile); tale mandato conteneva i seguenti propositi: a) la Defense Force sarebbe stata ritirata gradualmente, ma entro la metà del 1976; b) aerei appartenenti alla Nato, in missione di ricognizione, avrebbero avuto diritto di atterraggio a Keflavik, ma non vi sarebbe stato lì alcuno stazionamento permanente di aeromobili; c) l’Islanda avrebbe fornito il personale tecnico necessario alla gestione delle postazioni radar e per l’aeroporto. Non molto diverso da quanto già visto in altri momenti della controversa storia della base.
Dapprima gli americani offrirono una riduzione del personale (da 3.200 a 2.200 unità), ma questa proposta venne rifiutata, in quanto non affrontava il problema centrale. Dopo una lunga serie di contatti cominciò a delinearsi un protocollo d’intesa basata su una nuova gestione della base di Keflavik: la Defense Force sarebbe stata ritirata nel giro di due anni, ma al suo posto sarebbero subentrate truppe della Nato e truppe americane secondo un complicato sistema di rotazioni.
Nonostante questi accordi di massima fossero ancora in una fase preliminare di studio, erano avvertiti dall’amministrazione Nixon come un inaspettato passo indietro, ma a sbloccare la situazione fu ancora una volta un intervento esterno.
Il governo norvegese si disse contrariato dalla scelta islandese di ridurre vistosamente il loro contributo alla difesa collettiva, e chiese apertamente di non abrogare il Defense Agreement esercitando tutta la sua influenza sui fratelli scandinavi. La “solidarietà nordica” è uno degli aspetti socioculturali più sentiti della comunità scandinava, ed ebbe effetti significativi. In realtà la posizione norvegese non era improntata su consigli disinteressati, ma aveva dei risvolti concreti: essi temevano che ad una riduzione della presenza americana in Islanda avrebbe fatto seguito l’aumento delle pressioni sulla Norvegia, come a compensare uno squilibrio regionale . Nel marzo 1974, si tenne una massiccia campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul problema della difesa nazionale. Elementi politici, gruppi di pressione, stampa si batterono per portare di fronte al governo una petizione popolare che chiedeva il mantenimento del Defense Agreement: ben 55.522 islandesi la firmarono, ovvero circa il 50% degli elettori.
Il governo non poteva ignorare una simile prova di forza e dovette fermarsi a riflettere sul da farsi. Nel frattempo però una nuova crisi economica attanagliò la nazione; ancora una volta la presenza dei comunisti nel governo risultò complicare l’elaborazione di una politica finanziaria incisiva e, nella primavera del ’74, la coalizione era ormai alla paralisi ed il “secondo governo radicale” cadde.

 

Note al testo:
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