Il parlamento non fu in grado di esprimere una nuova maggioranza (la caduta del governo infatti non implica lo scioglimento delle camere), ma prima di tornare alle urne tutti i partiti, con l’esclusione del Partito Progressista, decisero di varare una riforma costituzionale. I socialdemocratici formarono un governo (di minoranza, con l’appoggio esterno del PI), con il solo compito di portare i posti in parlamento a 60, ridisegnando i collegi elettorali, in modo da favorire le aree urbane a scapito delle rurali: in pratica, la stessa manovra del ’42, con i progressisti, che avevano la loro base elettorale nelle campagne, impossibilitati ancora una volta ad opporsi a questo passo.
Alle elezioni del nuovo parlamento a 60 posti (ottobre 1959), il Partito Indipendente trasse un buon vantaggio, capitalizzando 24 deputati; I socialdemocratici ottennero 9 deputati; i progressisti 17 ed i comunisti 10 seggi . Da notare che il Partito di Difesa Nazionale rimase per la terza volta consecutiva non rappresentato, e non si ripresentò alle elezioni successive.
In virtù del buon successo elettorale, il conservatore Òlafur Thors riuscì a formare un nuovo governo, composto da una coalizione di Partito Indipendente e Partito Socialdemocratico; questa formazione risultò essere estremamente longeva, rimanendo in carica per ben 12 anni (dal 1959 al 1971) e resistendo ad altre due tornate elettorali (1963 e 1967).
Durante questo arco di tempo la politica estera islandese sarà basata sia sull’adesione alla Nato, sia sul Defense Agreement così com’era, segnando la fine degli esperimenti politici.
Questa grande continuità, trattandosi di una democrazia e non di una dittatura, era indice di una ottima stagione per l’Islanda sotto molti punti di vista, e questo risultato diviene ancor più interessante se pensiamo che il governo precedente era caduto su problemi di politica economica.
In questa sede non è particolarmente importante capire come si attuò questo successo, se non nella misura in cui ciò fu favorito e influenzato dal buon rapporto con gli Usa a tutti i livelli. Insieme al fattore economico dobbiamo inoltre annotare il rilassamento dei rapporti diplomatici (ripristino di relazioni amichevoli con il Regno Unito) ed un allentamento della “xenofobia” tradizionale della società islandese.
Prima di iniziare questa analisi possiamo innanzitutto segnalare che la tecnologia contribuì a sgombrare il campo da uno dei potenziali momenti di attrito fra Islanda ed esercito degli Stati Uniti, ovvero lo stoccaggio di armi nucleari. E’ facile intuire che se gli americani ne avessero fatto richiesta, il governo islandese sarebbe stato probabilmente in difficoltà, ma il problema non si pose: a cavallo degli anni ’50 e ’60 la realizzazione di missili balistici intercontinentali, e missili “sea-lunched”, aveva ridotto l’importanza dell’isola come centro per lo Strategic Air Command. L’Islanda non era, e non sarebbe mai divenuta, un punto di stazionamento per bombardieri atomici, né per postazioni missilistiche.
Per la marina invece l’importanza dell’Islanda rimaneva immutata se non accresciuta, visto che era impossibile il monitoraggio dell’area senza le postazioni acquisite, avamposti centrali dell’Early Warning System nella GIUK line (Groenlandia, Islanda, Regno Unito).
Tutto ciò si tradusse in cambiamenti delle competenze di comando: nel primo decennio Keflavik era stata sotto l’Air Force Command. A partire dal 1 luglio del 1961 la Icelandic Defense Force sarebbe stata sotto comando della Marina, e gran parte degli uomini dell’esercito poterono essere ritirati (il personale totale passò da circa 5.000 a circa 3.000 effettivi). Anche per questo motivo negli anni ’60 quindi la base di Keflavik perse molto del suo potenziale polemico all’interno della politica islandese.
Per quanto riguarda il risanamento economico, il “biglietto da visita” del nuovo governo fu un piano di intervento da 30 milioni di dollari, concertato da Fondo Monetario Internazionale e Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea, di cui gli Stati Uniti erano stati i veri ispiratori ; inoltre una fortunata serie di buone annate del mercato ittico, ed una situazione congiunturale favorevole, offrì indubbi vantaggi alla situazione generale.
La Nato, ma principalmente gli Stati Uniti, continuarono a spendere un alto prezzo per la disponibilità dell’area, non in termini di “affitto” della base (cosa esclusa dalle clausole dei trattati) ma per i consumi, i cantieri di ampliamento ed ammodernamento, etc., e l’Islanda continuò a giovarsi della ricaduta occupazionale; le entrate provenienti dalla Defense Force negli anni sessanta persero punti percentuali nell’insieme delle entrate dello stato, ma ciò non fu dovuto ad una riduzione delle attività militari, quanto piuttosto per la crescita generale della nazione.
Precedentemente abbiamo fatto notare come a momenti di crisi fra l’Islanda e l’Occidente facevano puntualmente seguito iniziative commerciali sovietiche, che si ritraevano quando la situazione si rappacificava. Proviamo a controllare gli indici economici del periodo, per vedere se questa politica si ripropone.
La percentuale delle esportazioni islandesi in Urss aveva oscillato, tra il 1956 ed il 1960 (governo radicale), intorno al 20%. Anche le importazioni dall’Urss erano state notevoli, muovendosi fra il 16 ed il 20%. A questi valori vanno aggiunti i contributi importanti da satelliti; ad esempio la Cecoslovacchia contribuì per un 5 - 7% nello stesso periodo.
Con i conservatori al potere, queste percentuali scesero visibilmente: nel ’61 l’Islanda importava dall’Urss solo l’11% del totale, nel ’65 circa il 9% e nel 1971 siamo già sotto la soglia del 7%. Per le esportazioni il discorso non cambia: nel ’61 intorno al 7%, nel ’65 appena al 5,24% e nel 1971 all’8,16%.
Anche per quando riguarda il commercio con gli Usa vi sono delle variazioni significative, ma non altrettanto drammatiche. Prima di dare un’occhiata al commercio con il mondo occidentale, è opportuno fare alcune precisazioni: con il blocco sovietico gli islandesi avevano degli accordi definititi di “barter trade”, ovvero scambi di merce per merce; questo faceva sì che i volumi di importazioni ed esportazioni fossero più o meno simili. Con il mondo occidentale spesso erano “merce per moneta”, quindi vista la peculiarità della situazione islandese, era più facile che prendendo in esame un singolo partner commerciale, esportazioni ed importazioni fossero sbilanciate.
L’Islanda esportava negli Stati Uniti (tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70) intorno al 25-30% del totale, anche perché i propri vicini erano produttori di merce in competizione con quella islandese. Per quanto riguarda le importazioni invece, esse erano più diversificate. Bisogna anche ricordare che a partire dal 1961 il commercio islandese con il Regno Unito (decurtatosi con l’embargo posto durante la Cod War del ’58) torna a pieno regime , quindi l’abbassamento degli indici commerciali con i sovietici non comportò un innalzamento speculare di quelli con il Nord America poiché i questi nuovi spazi vennero rioccupati da più soggetti: Scandinavia, Germania Occidentale, Inghilterra, e gli stessi Usa.
| Anno |
Exp. Europa Occidentale
|
Exp. Europa Orientale
|
| |
|
|
| 1956 |
49% |
30% |
| 1960 |
53.5% |
24.3% |
| 1966 |
65.9% |
11.4% |
| 1970 |
57.6% |
10% |
Andamento delle esportazioni (% sul totale) con Usa e Urss:
Andamento delle importazioni (% sul totale) con Usa e Urss:
Verrebbe da chiedersi se l’Islanda, in questo periodo di stabilità politica ed economica, non avesse tratto vantaggio dal cercare la partecipazione ad una delle due grandi strutture istituzionali che si andavano realizzando in Europa, ovvero la Comunità Economica Europea o la Zona di Libero Scambio (EFTA).
Una maggiore integrazione avrebbe forse stabilizzato i canali di esportazione, magari riducendo il commercio con Usa o Urss, politicamente compromettenti, oppure elevato la caratura politica del paese; il problema però non era di facile soluzione.
Essendo la sua “one sided economy” basata quasi esclusivamente sull’attività ittica, l’Islanda temeva che delegare questo aspetto ad un organismo sovranazionale avrebbe significato rinunciare al controllo, imprescindibile, dell’unico fattore produttivo del paese.
Il trattato CEE inoltre prevedeva una parte normativa già completa riguardante l’unione doganale, premessa per l’integrazione economica, nonché il richiamo ad armonizzazioni legislative per dar luogo a politiche comuni. Il libero ingresso di prodotti agricoli avrebbe poi danneggiato la produzione locale che, viste le condizioni climatiche, si reggeva sulla produzione in serra e sarebbe certo stata soffocata dai prodotti europei.
L’Efta poteva rappresentare per l’Islanda un motivo di interesse maggiore, in quanto si configurò meno politicamente della CEE; però l’Islanda si era trovata in forte contrasto con la Gran Bretagna (il paese più importante della Zona di Libero Scambio) per quanto riguarda le questioni di acque territoriali, e, a conti fatti, non sembrava voler forzare i tempi. Entrò a far parte dell’EFTA solo nel 1970.
Comunque, le condizioni islandesi facevano il piccolo stato nordico un partner difficile ed i tentativi di cercare una formula di “associazione esterna” alla CEE, tra il ’62 ed il ’63, fallirono; Francia ed Italia consideravano questa condizione come temporanea, per permettere allo stato cui era concesso di limare gli impedimenti alla piena partecipazione, mentre nel caso islandese sarebbe stata una parte strutturale dell’accordo.
Per questi motivi l’Islanda degli anni ’60 decise di rimanere fuori da tali strutture istituzionali, ma sembra sopperire a questa mancanza utilizzando la Nato in modo del tutto particolare,: gli islandesi, privi di qualunque competenza militare e tenuti allo scuro dei grandi progetti strategici in assenza di un sistema di sicurezza adeguato e di un interesse giustificato (quindi in una condizione di inferiorità ), usarono l’Alleanza Atlantica come una piattaforma diplomatica per gestire crisi e rapporti con l’estero, anche perché, dal punto di vista della politica internazionale, l’unico vero strumento di pressione in mano agli islandesi era l’Articolo VII del Defense Agreement .
Un altro aspetto che contribuì a comporre questa sorta di idillio fra gli Stati Uniti e l’Islanda fu un cambiamento della società, che cominciava ad essere meno suscettibile alle paure di perdita di identità nazionale ad opera della presenza straniera.
Una polemica molto significativa scoppiò intorno all’Armed Force TV Service.
A seguito della revisione del Defense Agreement del ’54, i militari avevano avuto il permesso di creare un loro servizio televisivo. In mancanza di una emittente islandese, il canale americano entrò pian piano nelle case degli abitanti del sud ovest dell’isola anche perché, nonostante le assicurazioni fornite, limitare le ricezioni alla sola area della base risultò essere molto difficile. Con una buona antenna anche a Reykjavik si potevano vedere i programmi televisivi.
Nel giro di qualche anno la questione dell’impatto culturale si ripropose, ma è estremamente significativo notare come ormai il clima sociale era mutato rispetto agli anni addietro. Nel marzo del 1964 un gruppo di sessanta eminenti intellettuali firmò una petizione, indirizzata al parlamento:
«I sottoscritti elettori credono che sia dannoso per diversi aspetti, nonché disonorevole per gli islandesi quali esponenti di una nazione civilizzata ed indipendente, permettere ad uno stato estero di operare una stazione televisiva, che raggiunge circa la metà della popolazione. Noi sappiamo che creare e mantenere una televisione islandese sia un proposito costoso e difficile per una nazione così piccola, ma è altresì necessario permetterne lo sviluppo concordemente con i desideri e le aspettative della popolazione, senza che siano per questo forzati i tempi.
Per le ragioni sopra menzionate, i sottoscritti chiedono all’Alþing di rivedere le concessioni per la messa in opera della stazione televisiva straniera a Keflavik, in modo che essa sia sottoposta alla limitazione di operare solo entro, e non oltre, i confini della base militare ivi presente.»
La questione era effettivamente curiosa perché l’AFTS, che nasceva per l’intrattenimento dei soli militari americani, suo malgrado deteneva il monopolio delle trasmissioni televisive.
Il 1964 però non era il 1944, e la linea di demarcazione fra “buono” e “cattivo” non è più chiara come in passato. A questa petizione di sessanta intellettuali farà seguito una contro petizione firmata da ben 14.680 persone:
«I sottoscritti elettori fanno appello al parlamento perché tutti coloro che siano in grado e vogliano ricevere trasmissioni televisive ne abbiano facoltà, da qualunque parte le trasmissioni provengano, in maniera completa e libera.
Noi protestiamo vivamente contro ogni limitazione in questo campo, come ad esempio per bloccare le trasmissioni della stazione televisiva di Keflavik» .
E’ interessante notare come questa petizione faceva appello non tanto alla AFTS in sé, quanto piuttosto alla libertà generale di poter ricevere segnali televisivi, ma essendo quello l’unico canale raggiungibile, ciò perdeva valore.
Comunque la questione venne disinnescata nel 1966: la radio di stato islandese cominciò le sue trasmissioni televisive (dapprima in via sperimentale due giorni a settimana, poi a pieno regime dal 1967). Contemporaneamente i segnali della base vennero efficacemente schermati, e i due canali procedettero in maniera separata ed indipendente.
Purtroppo un monitoraggio dell’opinione pubblica per gli anni ’60 può solo basarsi su elementi indiretti in quanto non vi sono a disposizione sondaggi condotti su base scientifica in queste materie. Oltre al “caso AFTS” possiamo annoverare un sondaggio condotto dal quotidiano Visir in base al quale il 57% della popolazione si diceva favorevole alla presenza militare americana. Se escludiamo gli indecisi, i rapporti diventano 64% i favorevoli e 34% i contrari , ma bisogna tener presente che questo sondaggio non fu condotto secondo rigorosi metodi statistici (individuando cioè un campione significativo della popolazione).
Questa mancanza è ancor più frutto di rammarico se pensiamo che almeno due eventi dovettero toccare nel vivo le coscienze, ovvero l’intervento americano in Vietnam ed i furiosi bombardamenti del sud est asiatico (1966-67) da un lato, e dall’altro l’invasione della Cecoslovacchia (Primavera di Praga, 1968) da parte dei sovietici.
Sappiamo che gli elementi che più sembravano resistere ad annoverare la base fra le caratteristiche permanenti della politica di difesa furono le frange giovanili dei partiti. Questi non riuscirono a riproporre il ritiro dei soldati fra le questioni politiche dibattute, ed il governo non vacillò mai nella sua condotta atlantica.
A sgombrare il campo da eventuali dubbi fu lo stesso ministro degli esteri socialdemocratico Emil Jònsson che, in un reportage del quotidiano conservatore Morgunblaðid, quasi a commentare idealmente la Primavera di Praga rilasciò la seguente dichiarazione:
«La nostra partecipazione all’Alleanza Atlantica insieme ad altri quattordici stati occidentali, tra cui le più grandi potenze militari, ci offre la sicurezza di cui sentiamo il bisogno. Il nostro contributo alla missione comune dei paesi della Nato è solamente quella di garantire le strutture sufficienti al mantenimento della difesa, per noi stessi come per tutti i nostri alleati. I nostri vicini, la Scandinavia, il Canada, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti sono membri dell’Alleanza. Sembra loro intenzione perpetrare nella partecipazione, anche se il trattato accordi esplicitamente facoltà di ritirarsi dall’alleanza. Queste sono le nazioni a noi più legate, e, anche se noi siamo i più deboli, dovremmo fare causa comune con essi».
Note al testo:
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