Le Cod Wars e il governo radicale

Con lo stralcio della risoluzione parlamentare di marzo, che avrebbe dovuto segnare il passo della politica estera del governo in carica dal ’56, ma che venne clamorosamente abbandonata per l’intervento sovietico in Ungheria, si aprirà per l’Islanda una lunga stagione di tranquillità della politica estera in materia di difesa, sostanzialmente improntata al mantenimento dello status quo; nuove contese ebbero però modo di verificarsi con altri partners occidentali.
 
La coalizione di governo in carica riuscì a superare il voltafaccia, passaggio politicamente molto delicato, rimanendo unita; tuttavia se da un lato si accantonavano i progetti di revisione dei trattatati con gli Usa, dall’altro rimaneva aperto il problema della dipendenza dell’economia locale da forme di assistenza esterna. Nonostante la presenza di ministri comunisti nel governo, gli islandesi furono in grado di sollevare la questione della loro precarietà economica anche di fronte ai propri alleati della Nato, riuscendo a servirsi dell’alleanza militare come di una piattaforma diplomatica; una ulteriore prova che il problema difensivo e quello economico erano due facce della stessa medaglia.
Costretti a rifiutare le ulteriori proposte di collaborazione economica con l’Urss (222) (sia perché già abbondantemente sfruttate, sia perché i russi avevano dimostrato di essere inaffidabili aprendo e chiudendo trattative repentinamente ed a seconda degli sviluppi politici), gli islandesi trovarono l’appoggio dell’allora segretario generale della Nato, Paul-Henri Spaak; questi sosteneva che un intervento corale e ragionato avrebbe evitato che i sovietici potessero sfruttare la debolezza di una economia in cui avevano già avanzato delle iniziative importanti, quindi nel caso dell’Islanda un piano di “aiuti atlantici” aveva un alto valore strategico. Nel dicembre 1957 l’Islanda ricevette nuovi “prestiti politici”: cinque milioni di dollari dagli Usa, ed altri due milioni dalla Germania Occidentale, esito di una trattativa portata avanti a partire dall’assemblea della Nato. (223)
L’Islanda era ormai legata a doppio filo con gli altri partners del cosiddetto mondo libero, ed una iniziativa del premier sovietico Nikolai Bulganin ne diede la prova.
Tra il 1957 ed il 1958 Bulganin inviò due lettere al primo ministro Hermann Jònasson; oltre ad illustrare alcuni progetti interessanti di natura generale (rinvio di test nucleari, creazioni di zone denuclearizzate, patti di non aggressione), fece ampi riferimenti alla situazione islandese: Bulganin lasciò intendere che mentre l’Unione Sovietica era ben disposta a garantire la sicurezza di una Islanda neutrale e libera, il fatto che ospitasse truppe straniere la poneva in condizione assai più delicata: gli americani avrebbero potuto usare l’Islanda per lo stazionamento di un arsenale atomico, o comunque servirsene in maniera ostile.
Jònasson non si fece intimorire ed in una risposta, cordiale ma decisa, fece sapere che la Icelandic Defense Force aveva compiti difensivi appunto, e non vi era alcun piano per il dispiegamento di armi atomiche. (224)

Se il governo islandese riuscì a ignorare questa sorta di intimidazione velata che giungeva da oriente, una disputa molto aspra e controversa sarebbe presto scoppiata con l’Inghilterra. Era intenzione del governo espandere le acque territoriali dalle 4 miglia (acquisite poco tempo prima) a 12 miglia, come tentativo di avere un più ampio controllo sull’unica risorsa del paese. Gli islandesi parteciparono ai lavori di una conferenza internazionale, voluta dalle Nazioni Unite, che si tenne a Ginevra dal febbraio all’aprile del ’58. La conferenza avrebbe dovuto tracciare le linee guida dei regolamenti internazionali sul diritto marittimo, ma purtroppo si risolse in un nulla di fatto; la proposta canadese ad esempio (3 miglia di acque territoriali ma altre 9 miglia di acque di esclusivo sfruttamento degli stati costieri), alla quale gli islandesi guardavano con interesse, non ottenne la maggioranza qualificata. (225)
Il ministro comunista Ludvik Jòsepsson (Alleanza Popolare) per le attività peschiere, tentò di costringere gli alleati di governo a procedere senza ulteriori indugi, tuttavia il consiglio dei ministri volle a tutti i costi cercare una preventiva approvazione almeno degli altri membri della Nato (226): purtroppo il progressista Guðmundur Guðmundsson, che partecipò al consiglio dei ministri degli esteri dei paesi Nato (Copenaghen, 1958), non fu in grado di ottenere dagli altri membri il pieno appoggio a questa iniziativa islandese.
Alla fine il governo decise di agire, e varò l’estensione marittima a 12 miglia a partire dal primo di settembre 1958.
Come annunciato, gli inglesi si rifiutarono di accettare questa imposizione unilaterale, giungendo a scortare i propri pescherecci con navi da guerra per difenderli dalle sei motovedette della Guardia Costiera islandese. Loro malgrado gli Stati Uniti non potevano sottrarsi allo scomodo ruolo di mediatori, ma la situazione era oggettivamente difficile: da un lato gli islandesi avevano arbitrariamente preso una decisione senza l’avallo di alcuna istituzione internazionale, dall’altro la Gran Bretagna si riteneva in diritto di difendere i propri interessi illegittimamente lesionati. Se l’Inghilterra avesse usato violenza, come avrebbero dovuto reagire gli Usa, che dopo tutto erano i garanti della sicurezza islandese?
Per fortuna il buon senso, da ambo le parti, evitò inutili spargimenti di sangue, ma la situazione rimase incerta per tutto il 1959.

Intanto il “governo radicale” aveva avuto il tempo di cadere (dicembre 1958), inciampando sulla politica finanziaria di cui si dirà fra breve, ma anche il nuovo governo, liderato dai conservatori in collaborazione con il Partito Socialdemocratico, mantenne la linea del suo predecessore.
Nel 1960 le Nazioni Unite convocarono una seconda conferenza internazionale sul diritto marittimo e gli inglesi, come segno di distensione per il buon esito dell’assise, decisero di interrompere la pesca entro le 12 miglia. Anche questa seconda assemblea sostanzialmente fallì: le 12 miglia si stavano delineando come una soluzione fattibile nei programmi di molti stati costieri, ma nessuna proposta concreta ottenne i due terzi di voti.
Quando gli inglesi sembravano pronti a tornare alla loro “gunboat diplomacy”, il nuovo ministro della giustizia Bjarni Benediksson (il grande architetto dell’entrata dell’Islanda nella Nato) in una conversazione con l’ambasciatore Usa ventilò la possibilità che questa contesa fosse lesiva della partnership islandese nell’alleanza atlantica, poiché non faceva altro che fomentare il nazionalismo (227).
Solo a questo punto la diplomazia Usa prese sul serio la questione, spingendo per la creazione di un tavolo di trattative. Le parti finalmente si riunirono nell’estate del 1960: la Gran Bretagna avrebbe riconosciuto la zona delle 12 miglia, in cambio di tre anni di licenza di pesca all’interno della zona e di una amnistia generale per tutti i vascelli che avevano solcato “abusivamente” le acque islandesi nel periodo precedente. Una soluzione che non poteva non considerarsi una vittoria piena per l’Islanda.
Non è dato sapere se la mossa di Benediksson fu solo un abile bluff diplomatico o se il rischio di una “degenerazione” della contesa fosse reale. Certo è che la Nato ebbe un ruolo nel cercare di risolvere la crisi: almeno tre membri (Canada, Norvegia e Danimarca) si schierarono nettamente in favore degli islandesi, ed anche gli Stati Uniti avevano un interesse diretto a che le divergenze si appianassero. Molto più semplicemente e senza scomodare fumose vicende diplomatiche si può anche dire che la questione doveva per forza risolversi in un modo o nell’altro, e le 12 miglia non erano poi una pretesa talmente esagerata da giustificare l’intervento della Royal Navy, specie in comparazione delle cod wars successive.
Come abbiamo accennato la colazione di “Governo Radicale” giunse al collasso nel tardo 1958, non su un problema di politica estera, ma per questioni economiche; senza entrare eccessivamente nel merito di una vicenda complessa ed intricata, possiamo dire che sostanzialmente il governo non riusciva colmare lo squilibrio della bilancia commerciale ed a porre un freno alla crescita dell’inflazione. Il primo ministro Hermann Jònasson avrebbe voluto varare una sorta di “pacchetto legislativo di salvataggio” che includeva, oltre ad una svalutazione della moneta, anche un congelamento dei salari; Alleanza Popolare, membro della coalizione di governo, su quest'ultimo punto si oppose fermamente e, controllando da vicino anche la federazione dei sindacati, polemizzò con gli alleati di governo in una posizione di forza (228). Nell’impossibilità di procedere su una questione importante come la politica finanziaria, il 4 dicembre 1958 Jònasson rimise il suo mandato nelle mani del Presidente Asgeirsson.
 

Note al testo:

222: Il Cremlino aveva offerto, sempre nel '56, un vantaggioso prestito di 25 milioni di dollari da ripagarsi in forniture di pesce. V. Ingimundarsson, The Role of Nato and the U.S. Military Base in Icelandic Domestic Politics, Reykjavik, 1999, p. 12.
223: V. Ingimundarsson, Buttressing The West in the North, Reykjavik, 1999, p. 97.
224: A tutt'oggi non vi sono documenti pubblici che attestano lo stazionamento di armi atomiche in Islanda,
come sottolineato in una intervista privata con il professor T. Whitehead, tuttavia rivelazioni su
dispiegamenti di missili nucleari in Groenlandia vennero rese note solo nel 1995.
225: B. Groendal, From Neutrality to Nato membership, Oslo, 1971, p. 62.
226: E' stato fatto notare che probabilmente il ministro Josepsson cercava di drammatizzare il più possibile lo scontro con gli alleati in vista di un allentamento dei rapporti con la Alleanza Atlantica.
227: V. Ingimundarsson, The Role of Nato and the U.S. Military Base in Icelandic Domestic Politics,
Reykjavik, 1999, p. 12.
228: J. Guðmarsson, Iceland Reluctant European, Oxford, 1994, p. 35.