In questo modo si chiuse una vicenda che rappresentò, alla luce degli sviluppi successivi, una sorta di “ultima spallata” alla presenza stabile delle forze degli Stati Uniti in Islanda. La storiografia, islandese e non, si è spesso interrogata sull’effettivo senso di questo processo lungo ed articolato.
Secondo alcuni studiosi, gli americani attuarono in Islanda una sorta di “imperialismo morbido”: data l’importanza strategica del paese non era pensabile un allentamento effettivo dei legami con i partners alleati, né la rinuncia ad un avamposto così importante come la base di Keflavik per il controllo di una regione vitale; tuttavia, lungi dal comportarsi come un occupante oppressore, vennero incontro alle esigenze di una nazione piccola ed isolata, le cui necessità economiche potevano non difficilmente essere soddisfatte. In un certo senso le cose, secondo questa corrente, molto difficilmente avrebbero potuto svilupparsi in modo differente da quello che si attuò.
Altri storici invece ritengono che i politici islandesi avevano in realtà uno “spazio di manovra” sostanziale, sia perché l’uscita dalla Nato non fu nell’agenda di nessun governo, sia perché a sbloccare le situazioni più difficili furono eventi internazionali importanti che, almeno in teoria, avrebbero potuto non verificarsi, e senza i quali è impossibile provare a delineare vicende storiche mai accadute.
Chi scrive, nel pieno rispetto delle vedute di massima sopra esposte, ritiene che a segnare profondamente la storia dell’Islanda fu la peculiarità della situazione economica. Così come improvvisamente era uscita dalla condizione di isolamento cui per secoli era stata condannata dalla posizione geografica, altrettanto improvvisamente, in virtù dei progressi della tecnica, si trovò al centro di interessi strategici fondamentali e la sua economia passò, all’improvviso, dall’indigenza alla prosperità. Ma questo passaggio non fu dovuto ad un innalzamento del potenziale economico del paese, ma da condizioni completamente artefatte. Con le sue sole forze, l’Islanda non avrebbe potuto mantenere i livelli di prosperità raggiunti con, e per, la guerra; l’Islanda, in sostanza, spendeva più di quanto guadagnava.
Qualunque governo che avesse voluto normalizzare l’economia avrebbe dovuto rinunciare a gran parte del benessere raggiunto, oppure far affidamento sull’assistenza internazionale. Interventi strutturali di ampio respiro in Islanda erano, alla metà del secolo, molto difficilmente raggiungibili: il mercato interno era ristretto a circa 150.000 abitanti; l’agricoltura era pressoché assente; risorse naturali erano inconsistenti (vulcanica per il 97% l’Islanda è priva di minerali, foreste, vegetazione), era possibile la produzione di un gran quantitativo di energia elettrica ma non era esportabile; l’allevamento era una risorsa utile ma poco competitiva per i costi di produzione e trasporto; l’unica risorsa davvero disponibile era il mercato del pesce, ma il fatto stesso di avere una sola voce di entrata (one sided economy) era indice di fragilità nei confronti di un mercato fluttuante.
Se è vero che lo scadimento degli standards di vita, quand’anche questo significhi il ripristino di condizioni di “normalità”, è soluzione non auspicata da alcuna società libera, allora la ricerca di assistenza internazionale era l’unica strada percorribile. La condizione di partenza degli islandesi era quella di essere tradizionalmente legati ai mercati occidentali, in più, durante la guerra, l’Islanda era stata inserita in un sistema militare alleato. Se è vero che i rapporti con il blocco sovietico, che pure furono importanti, vennero tenuti ad una “soglia di sicurezza” che non permise una influenza negativa in una società genuinamente democratica, in mancanza di un terzo polo, il mondo gravante sugli Stati Uniti d’America era l’unica opzione rimasta.
Questo non vuole affatto significare che la presenza della base di Keflavik in sé fosse per gli islandesi una sorta di miniera d’oro irrinunciabile per l’economia. Come giustamente nota R. Arnason: «There is no getting around the fact that defense is an important source of income for icelanders (…) but it must be realized that if the Keflavik base was closed down the national economy would not suffer an irreplaceable loss» , eppure gli Usa dimostrarono di poter legare indissolubilmente la questione della base al credito internazionale facendo “terra bruciata” intorno ai tentativi islandesi di cercare altri fondi nel 1956, mentre, al contrario, mantennero le promesse di intervento quando la questione della presenza militare, concreta ed efficace, divenne non più una questione del “se” ma una questione del “come”.
L’Islanda, all’osservatore, in quel momento sembrava essere un secchio bucato a metà del livello, ma che pretendeva di essere colmo; e solo gli Usa pretendevano di riempirlo tenendolo ben saldo per il manico.
Note al testo:
???