Come già in precedenza, a sbloccare la situazione fu un tragico evento di politica internazionale: il 6 novembre 1956 truppe sovietiche entravano in Ungheria per sedare una rivoluzione di ispirazione liberale. La brutale soppressione della rivolta ungherese da parte delle truppe sovietiche scioccò l’opinione pubblica in modo ben maggiore di quanto accadde con il golpe comunista del ’48 in Cecoslovacchia, e dissipò le illusioni riguardo le intenzioni pacifiche dell’Unione Sovietica, nonché la possibilità per l’Islanda di vivere in una sorta di isola felice al di là delle interferenze delle grandi potenze mondiali.
In un drammatico editoriale intitolato “Momenti Critici”, il Timinn prese posizioni di netta condanna:
«I russi si sono finalmente tolti la maschera, appaiono oggi quali essi sono: una grande potenza armata fino ai denti, senza pietà e riguardo per la libertà ed i popoli, pronti a soffocare nel sangue ogni tentativo di stabilire una cultura nazionale indipendente, se questo intralcia la loro sete di dominazione».
La condanna dell’intervento fu unanime, ed anche il quotidiano comunista Þjoðviljinn non fece sconti per nessuno:
«Questi sono eventi che ogni buon socialista deve considerare con la massima serietà, perché rappresentano una grossolana violazione dei principi basilari del Socialismo riguardo i diritti delle nazioni. La condotta dell’Unione Sovietica in Ungheria non può in nessun modo essere giustificata».
I conservatori tentarono di cavalcare l’indignazione pubblica per presentare due mozioni in parlamento per annullare la Dichiarazione di Marzo e far cadere il governo. La prima mozione chiedeva che le trattative con gli americani concernenti il Defense Agreement non mettessero in discussione le installazioni militari necessarie alla difesa della nazione; la seconda invece chiedeva l’istituzione di una apposita commissione, per portare avanti questi trattati, composta di 5 membri distribuiti fra i partiti in base alla loro rappresentanza proporzionale. In questo modo essi non solo tentavano di avere voce in capitolo su una questione di competenza del governo, ma avrebbero avuto due posti su cinque in commissione.
Quando cominciarono le sedute parlamentari, 18 novembre, ormai il clima politico era così mutato da rendere tali discussioni quasi inutili. Il ministro degli esteri stesso disse: “La mia opinione è che la situazione è oggi molto più critica di quella che fu nel 1951, quando la Defense Force venne invitata, e non credo che ora sia il momento di discuterne il ritiro” . Anche il premier Jònasson, che pure volle negare ai conservatori una rappresentanza nelle trattative con gli americani, in una intervista al Timinn espresse tutti i suoi timori sulla nuova situazione:
«Il panorama politico internazionale oggi è quantomeno traballante ed incerto, e nessuno conosce cosa può mai accadere (…). Nel 1951 considerammo corretto portare un esercito in Islanda a causa della guerra di Corea, e consideriamo giusto aumentare le difese della patria per mezzo di una forza militare quando vi è pericolo ed un attacco a sorpresa è possibile».
Anche i comunisti del Þjoðviljinn dovettero ammettere che la situazione era così seriamente compromessa che gli altri partiti democratici non avrebbero ammesso alcuna posizione se non quella di seguire il premier:
«L’occupazione militare è ugualmente pericolosa in tempo di pace, in tempo di crisi ed in tempo di guerra; ma il nodo della questione è che all’interno del presente governo coloro che sono completamente contrari alla occupazione militare hanno deciso di collaborare con coloro che considerano questa occupazione un rimedio estremo, e tutti loro sono sostenuti dalla maggioranza della popolazione» .
Alla fine di questi concitati momenti risultò quindi chiaro che il governo islandese avrebbe operato secondo due direttive: la prima nel senso di non rinunciare ad una revisione parziale del Defense Agreement, ovvero senza mettere in discussione la continuità della presenza militare americana; la seconda che il governo non sarebbe stato sciolto. Forse i progressisti ed i socialdemocratici avrebbero potuto liberarsi de Alleanza Popolare per indire nuove elezioni, ma probabilmente chi ne avrebbe tratto maggior vantaggio sarebbe stato proprio il Partito Indipendente.
Il 21 novembre si aprirono così le trattative tra Usa ed Islanda, che durarono appena qualche giorno; nel frattempo, come gesto di augurio e distensione, l’Inghilterra sollevava l’embargo alle merci islandesi in vigore ormai dal ’52.
Finalmente il 6 dicembre del 1956 l’ambasciatore americano a Reykjavik rese noto che le modifiche stabilite venivano definitivamente accettate dal suo governo; il nuovo protocollo d’intesa stabilì che l’Islanda congelava, a tempo indeterminato, la propria richiesta di appellarsi all’Articolo VII del Defense Agreement, e che fosse stabilita una nuova commissione congiunta fra islandesi ed americani. Questa sorta di gruppo di contatto avrebbe dovuto mantenere i legami fra i due governi in materia di difesa e fornire la massima cooperazione possibile per affrontare congiuntamente tutti i problemi relativi al rapporto fra civili e militari.
Il nuovo accordo, essendo una semplice modifica, venne ratificata senza il voto del parlamento, e comunque l’intesa era trasversale. Poche settimane dopo l’accordo, lo United States International Co-operation Administration concesse un prestito di 4 milioni di dollari all’Islanda. Negare che possa esserci stata una connessione fra i due eventi è cosa difficile, come dimostrò lo stesso Morgunblaðid:
«Questo prestito è stato reso disponibile da un fondo speciale che la Presidenza degli Stati Uniti destina ad operazioni considerate importanti alla sicurezza del paese. (…). Tale somma è stata concessa al governo islandese come indennizzo per lo stazionamento della Defense Force nel paese; lo scambio che ha avuto luogo non potrebbe essere più chiaro» .
Il 1956 si chiuse quindi con il governo di Hermann Jònasson ancora pienamente in carica: l’attuazione della Dichiarazione di Marzo sarebbe certo stato un passo difficile e controverso, che gli americani non sembravano disposti ad accettare; il governo si trovò per un momento ad un bivio pericoloso: o “perdere la faccia” cedendo agli americani e facendo lettera morta della dichiarazione, oppure fronteggiarli apertamente. Alla fine l’invasione sovietica in Ungheria tolse il governo da ogni impaccio, dimostrando come la situazione non era affatto così tranquilla come la distensione fra Est ed Ovest seguita alla morte di Stalin aveva fatto sperare.