Il Governo Radicale di Hermann Jònasson

La presenza di ministri comunisti nel governo (209) della nazione fu un momento di grande apprensione per i partners occidentali; inutile notare come l’amministrazione Eisenhower non poteva certo approvare il passo, ma ciò che più conta furono ripercussioni squisitamente tecniche nel rapporto con i colleghi dell’alleanza atlantica. La Nato bloccò la circolazione di documenti riservati in Islanda; il pericolo che tali documenti potessero giungere a conoscenza del Cremlino attraverso i ministri di Alleanza Popolare era un rischio che non poteva essere affrontato, anche se significava che uno degli alleati si trovava in una condizione di discriminazione. Questo fu un nuovo clamoroso strappo con gli altri partners. Il governo richiese formalmente che la circolazione di documenti fosse ripristinata normalmente, in quanto i ministri comunisti non avevano uffici riguardanti la politica estera, ma la Nato rifiutò. A questo punto il premier islandese giunse a minacciare l’uscita della Nato “in un’ora”, e gli alleati dovettero cedere (210).

In realtà tutta la vicenda va inserita in un quadro particolare, e gli eccessi dall’una e dall’altra parte vanno ridimensionati; a causa di un sistema di protezione inadeguato e della mancanza di competenza islandese nelle questioni militari, gli islandesi non ricevettero mai, ne chiesero di studiare, piani militari di importanza strategica; probabilmente il “caso” fu solo una prova di forza che si risolse senza conseguenze.
Il nuovo governo avrebbe dovuto affrontare due emergenze: la prima era cronica debolezza dell’economia, che passava di crisi in crisi, la seconda riguardava il problema del rapporto con i militari.
Nonostante le dichiarazioni del governo sull’intenzione di rivedere il Defense Agreement, bisogna però notare che la partecipazione alla Nato non veniva messa in discussione: in una nota del 30 luglio, emessa dal ministero degli esteri, si rassicuravano gli altri membri che le discussioni in corso riguardavano solo ed esclusivamente il trattato del ’51, mentre l’alleanza atlantica non rientrava nell’agenda politica del governo. Questo passaggio non è secondario poiché tutta la storiografia che è stata possibile consultare ritiene unanimemente che la percezione islandese di appartenere al “campo occidentale”, per affinità storica, politica e culturale, non fu mai messa in discussione, come pure, conseguentemente, l’appartenenza all’Alleanza Atlantica una volta che l’opzione neutralista era stata definitivamente abbandonata dopo la guerra.

Il Governo di Hermann Jònasson non poteva esimersi dal far fronte a due problemi, quello economico e quello della sicurezza. Per quanto riguarda il primo punto la strada era in salita. Le condizioni del paese erano note: pressoché priva di materie prime (minerali, legname, vegetazione o terreni coltivabili), aveva i suoi unici proventi nel commercio estero di prodotti ittici, e viveva, per tutti i motivi legati al rapporto anomalo con i propri partners commerciali, decisamente al di sopra delle proprie possibilità intrinseche. Per tentare di modificare la situazione, sarebbero stati necessari interventi strutturali di lungo termine, da attuarsi facendo di nuovo ricorso al credito internazionale. Inoltre, se gli islandesi fossero riusciti a diversificare la propria economia, sarebbero stati meno condizionati da influenze esterne, e, per esempio, il peso relativo della base nell’economia nazionale si sarebbe ridimensionato.
Per quanto riguarda la politica di difesa invece, il nuovo gabinetto intendeva tener fede alla Dichiarazione di Marzo, varata dagli stessi partiti che andarono a formare la nuova coalizione.

La reazione del Morgunblaðid al varo del nuovo governo fu molto allarmata, non tanto perché i conservatori erano andati all’opposizione (cosa mai accaduta dal dopoguerra), ma perché i comunisti come forza di governo erano una presenza inquietante:

«Si può davvero credere che l’Islanda sarà ritenuta degna di fiducia dopo aver posto la sua politica di difesa nelle mani di un governo supportato dai comunisti? Certamente no. Il Partito Progressista ed il Partito Socialdemocratico, quindi, hanno mosso un pericoloso passo nei riguardi del popolo islandese, più di quanto loro ora comprendano: la sicurezza e l’indipendenza della nazione» (211).

La nota diplomatica del 30 luglio non valse ovviamente ad influenzare uno studio del Consiglio Atlantico, depositato il 1 Agosto, richiesto dall’Islanda stessa nel giugno del ’56. Questo documento fu una analisi piuttosto approfondita della posizione strategica dell’Islanda, non solo nell’ottica nazionale ma da un punto di vista globale, ed esprimeva raccomandazioni sulla necessità di mantenere una presenza militare:

"In the view of the Council, the present international situation has not improved to such an extent the Defense Force are no longer required in Iceland (…) It is the tangible and visible evidence of forces and installation in being, in place and ready, which constitutes an effective deterrent against aggression (…) The North Atlantic Council, having carefully reviewed the political and military situation, finds a continuing need for the stationing of forces in Iceland and for maintenance of the facilities in a state of readiness. The Council earnestly recommends that the Defense Agreement between Iceland and the United States of America be continued in such form and with such practical arrangements as will maintain the strength of the common defense” (212).

In sostanza questo documento bocciava gli argomenti di quelle forze parlamentari che ritenevano possibile per l’Islanda il compito di prendere in consegna la base, attraverso propri “tecnici”, mantenerla efficiente ed eventualmente riconsegnarla a militari Nato in caso di guerra o crisi grave.
Un’altra seria incognita che gravava sulla questione era rappresentata dalla disponibilità o meno degli americani a trattare con un governo in cui figuravano comunisti; un programma di interventi strutturali sull’economia doveva necessariamente adire al credito internazionale, inoltre, a seguito del blocco dei lavori nella Base di Keflavik, i primi islandesi cominciarono ad essere “messi in mobilità”.
Il dipartimento di stato americano adottò una politica dura, intravedendo nella fragilità economica islandese un mezzo da far pesare sul piatto della bilancia (come probabilmente il rifiuto della proposta di Adenauer da parte di Thors aveva implicitamente suggerito); gli americani chiesero segretamente agli altri alleati di non fornire appoggio economico o morale ad un gabinetto “infestato” da comunisti.
A partire dall’agosto del 1956 il governo islandese tentò di ottenere prestiti dalla Germania e dalla Francia, nel tentativo, tra l’altro, di uscire dalla dipendenza unilaterale con gli Usa. Nessuno dei due paesi ora sembrava disposto a concedere credito al Governo Radicale; i delegati islandesi, che si sforzavano di dimostrare la loro lealtà alla Nato, trovarono sbarrata anche la porta della Banca Internazionale. Il dipartimento di stato aveva fatto sentire tutto il suo peso, e la banca nazionale islandese aveva difficoltà anche a trattare con i banchieri di New York.
Il governo Usa era intenzionato a legare la ripresa economica ed i crediti alla questione della difesa; nonostante la possibilità che l’Islanda potesse guardare ad Est per accedere al credito, come i comunisti avrebbero desiderato, gli americani non ne erano intimoriti (213).

Il leader di Alleanza Popolare, già presidente del SUP, Einar Olgeirson, in visita a Mosca aveva avuto assicurazioni che i russi erano intenzionati a finanziare la costruzione di industrie idroelettriche nel paese, ma il tentativo di giocare questa carta portò al governo poco vantaggio, ed i colleghi di governo probabilmente compresero che la penetrazione sovietica dell’economia era già vicina al punto di saturazione prima che cominciasse ad avere ripercussioni politiche troppo pesanti.
All’inizio di ottobre il governo inviò un sostituto del ministro Guðmundsson (gravemente malato), il socialdemocratico Emil Jònsson, a Washington per cominciare a trattare con gli americani sulla questione del ritiro delle truppe. Intanto Vilhjalmur Thor, il direttore della Banca nazionale islandese (progressista dell’ala destra), apriva discussioni con rappresentanti statunitensi sulla situazione economico finanziaria dell’isola.
Durante i colloqui gli americani legarono la questione degli aiuti direttamente ad una soddisfacente soluzione del problema della difesa; essi si dissero pronti a fornire aiuti finanziari, per ridurre il potere attrattivo sovietico, e sul piatto della bilancia mettevano una riduzione della Defense Force rispetto ai piani già preparati dal “Joint Chiefs of Staff”. L’amministrazione Eisenhower era ben lieta di legare la “questione Base” alla “Questione economica”: 5 milioni di dollari vennero offerti per la realizzazione di impianti idroelettrici e 3 milioni di dollari come fondo di intervento speciale, vincolati ad un soddisfacente esito delle trattative per entrambe le parti:

«At an appropriate time and in the light of the economic measures taken by Iceland to stabilize its economy the United States would be willing to consider on their economic merits the financing of specific projects. A further consideration that will weight heavily with the United States Government in these subsequent discussions will be the actions which will be have to be taken by Iceland to demonstrate its willingness to continue to contribute effectively to the defense of the Free World» (214).

Questi colloqui tentarono di indagare sulla possibilità di un assetto simile a quello trovato nel ’46 con il Keflavik Agreement: allora gli americani avevano accettato di ritirare le proprie truppe sostituendole con personale civile. Nessuna nota ufficiale venne divulgata, ma almeno le trattative vennero riavviate su basi più propositive. Comunque, ancora il 9 ottobre, l’ambasciata americana a Reykjavik faceva sapere che la posizione del suo paese era ferma a quella già espressa dal Consiglio Nato l’estate precedente (215) .

 


 

Note al testo:

209: Questo governo viene usualmente ricordato dalla storiografia come "governo di sinistra", ma preferisco l'accezione di "radicale" in riferimento al fatto che partiti di sinistra parteciparono anche alla maggior parte dei governi fin qui descritti, ed anche perché questo governo tentò di mettere in pratica una politica "radicale" in materia di difesa.

210: V. Ingimundarsson, The West, cit., p. 92.

211: Morgunblaðid, 24 luglio 1956.

212: Come riportato da Nuechterlein, Reluctant, cit., p. 172.

213: T. Whitehead, The Ally, cit., p. 61.

214: Memoriale Discussions between Hoover and Vilhjamur Thor, 25 ottobre 1956, State Department Decimal File840b.10/10-256, come riportato da V. Ingimundarsson, The West, p. 94.

215: Morgunbladið, 9 ottobre 1956.