Marzo 1956, tutto pronto per cambiare

Il 26 marzo del 1956 i progressisti sottrassero il loro appoggio al gabinetto di Òlafur Thors, ma prima che il parlamento fosse sciolto, progressisti e socialdemocratici, già in piena collaborazione, fecero in modo di discutere una risoluzione storica. Il 27 marzo Hermann Jònasson e Gylfi Gislason proposero di votare una mozione il cui passaggio fondamentale fu quanto segue:

«L’Alþing dichiara che la politica estera dell’Islanda dovrebbe essere formulata in modo da assicurare l’indipendenza e la sicurezza del paese, che relazioni amichevoli siano intrattenute con gli altri paesi, ed in modo che il popolo islandese possa cooperare con i propri vicini, ovvero attraverso la cooperazione con la Nato. Alla luce di cambiamenti avvenuti dal momento della firma del Defense Agreement, nel 1951, ed alla luce delle dichiarazioni concernenti il rifiuto dello stazionamento di truppe militari in tempo di pace, una revisione del sistema fin qui adottato deve immediatamente prendere avvio, in modo che gli islandesi stessi possano agire per la cura ed il mantenimento delle installazioni difensive, oltre che obblighi militari, e che la Defense Force possa essere ritirata. Se non si riuscisse a trovare un accordo soddisfacente per entrambe le parti, allora il Defense Agreement decadda secondo i termini stabili dall’Articolo VII» (189).

Non è facile capire per quale motivo i due partiti abbiano prima cercato la crisi di governo, probabilmente i progressisti voleva dare un segnale forte ai propri elettori di un nuovo corso della loro politica estera.
La posizione era chiara e decisa, e ovviamente scatenò il dibattito e gli emendamenti delle altre forze politiche.
Il Partito Indipendente propose un emendamento volto a bloccare la proposta: anche se condivideva il fatto che un esercito straniero non dovesse stazionare nel paese per più tempo del necessario, riteneva la dichiarazione affrettata. Prima di chiedere il ritiro delle truppe una apposita commissione parlamentare, da costituirsi, avrebbe dovuto investigare la situazione internazionale da un lato, e tutti i problemi legati alla situazione nazionale: gli islandesi avrebbero potuto svolgere i compiti della base, senza un esercito? Quale effetto avrebbe avuto una simile decisione sulla sicurezza globale, e degli altri partners Nato? Chi e come avrebbe coperto i costi delle operazioni? (190).
Anche i comunisti, per intervento del parlamentare Finnbogi Valdimarsson, introdussero un emendamento volto a togliere dalla dichiarazione l’allusione all’appartenenza alla Nato, ed a indicare per il 5 maggio 1957 la data entro cui il ritiro si sarebbe dovuto ultimare. (191)
Di particolare interesse fra gli interventi parlamentari, è senza dubbio quello del ministero degli esteri; Kristinn Guðmudsson disse:

«Può anche esser vero che il pericolo di una guerra esista da qualche parte, come nel mondo arabo; ma nessuno ritiene plausibile il pericolo di un attacco diretto, o l’inizio di una guerra mondiale fra Est ed Ovest» (192).

La risoluzione non avrebbe significato lo stralcio del Defense Agreement a meno che i negoziati con gli Usa si fossero arenati; anche per quanto riguarda i costi di mantenimento, se l’Islanda non fosse stata in grado di sostenerli da sola avrebbe richiesto il contributo, totale o parziale, di altri soggetti (Usa? Nato?), senza per questo dover accettare la presenza di un esercito straniero.
Il 28 marzo si passò alle votazioni.
Dapprima la risoluzione dei conservatori, che venne battuta per 31 voti contro 18; votarono per il sì solo i rappresentanti del Partito Indipendente.
Venne poi dibattuta la risoluzione dei comunisti, per 39 a 10. Votarono a favore i 7 membri comunisti, i due parlamentari del PDN e Valdimarsson, ormai in collaborazione costante con i comunisti.
Infine si votò la risoluzione congiunta di progressisti e socialdemocratici vera e propria. Solo i conservatori si opposero, e la dichiarazione passò per 31 voti contro 18 (193). Inutile dire che L’Unione Sovietica salutò la risoluzione come una “vittoria della pace” (194).
Sulla stampa le reazioni furono accese, e soprattutto i giornali dei due maggiori partiti duellarono in uno scambio di accuse. Il Morgunblaðid cercava di convincere i propri lettori che, essendo l’Islanda all’interno di una cooperazione, era moralmente obbligata ad assumere tali drastiche conclusioni in armonia con gli altri partners atlantici  (195). Il Timinn invece ribatteva che l’Islanda aveva tutto il diritto di agire in piena autonomia ed indipendenza, senza accettare interferenze da parte di altri stati (196).
Alla fine di aprile il Partito Indipendente tenne la sua convention nazionale, ed ovviamente nella risoluzione finale la “Dichiarazione di Marzo” venne aspramente criticata: l’atteggiamento era definito irresponsabile in quanto il ritiro delle truppe veniva aprioristicamente richiesto senza alcuna consultazione con i colleghi della Nato (197).
Per ironia della sorte, in maggio si aprì un consiglio dei ministri degli esteri Nato a Parigi, presieduto proprio da Guðmundsson. Egli, lungi dal sollevare la questione in quella sede, dovette anzi assistere ad una dichiarazione dei partners in cui si chiedeva a tutti i membri di non ridurre gli sforzi della difesa collettiva. Inutile dire che il Morgunblaðid denunciò la condotta del ministro, che non aveva avuto il coraggio di parlare apertamente di quanto stava accadendo nel proprio paese. (198)
Un evento di grande risonanza accadde sempre nel maggio 1956. Il settimanale in lingua inglese della base militare, “White Falcon”, pubblicò un articolo in base al quale il dipartimento americano alla difesa aveva bloccato i lavori di costruzione fino a quando la posizione islandese nei riguardi della Defense Force non fosse chiarita. (199)
La notizia ebbe l’effetto di una vera e propria bomba emozionale ed elevò il tono della polemica dei due partiti maggiori attraverso gli organi di stampa.
In un editoriale, intitolato irriverentemente “I progressisti non si sentono bene”, il Morgunblaðid parlava di un “infarto” dei progressisti ora che gli Stati Uniti cominciavano a prendere sul serio la Dichiarazione di Marzo (200) .
Hermann Jònasson attaccò pubblicamente gli Usa per interferire nelle vicende islandesi, ed addirittura accusò il Partito Indipendente di comportarsi come un vero e proprio agente degli americani, nella speranza di mettere le mani su qualche grosso appalto della base (201).
In realtà queste insinuazioni, definite dai conservatori degne della più bassa politica (202), non portarono mai a chiarire una collusione diretta fra l’amministrazione Eisenhower e il Partito Indipendente, ma il ruolo degli Usa fu comunque evidente: dapprima cercarono di persuadere la Banca Mondiale a concedere un prestito all’Islanda per la costruzione di una centrale idroelettrica sul fiume Sog, poi cercarono di ottenere dagli inglesi la fine del bando proclamato nel ’52 (ma gli inglesi ignorarono tale proposta, sia perché non ricevevano nulla in cambio, sia perché non volevano interferire con la politica interna islandese) (203) .
L’unico aiuto diretto fu in occasione di una visita ufficiale del cancelliere tedesco Konrad Adenauer che, nel maggio del ’56 offrì un prestito di 20 milioni di dollari per la realizzazione di detto impianto. Òlafur Thors rifiutò la proposta. Probabilmente temeva che potesse effettivamente passare come un “agente”, o come troppo legato ai paesi occidentali, oppure considerò la richiesta tardiva ed inutile a modificare il clima generale delle elezioni. Chi scrive ritiene possibile che il premier, con una mossa piuttosto spregiudicata, intendeva in un certo senso drammatizzare la situazione economica per dimostrare che il buon rapporto con gli americani era insostituibile (204); solo il ricorso a nuovi aiuti da parte del blocco sovietico avrebbero potuto, in teoria, far fronte al nuovo “buco”, ma ciò, vista la situazione ed in considerazione del fatto che progressisti e socialdemocratici non erano comunque né filosovietici né tanto irresponsabili da intrappolare il paese in siffatto abbraccio, diventava fantapolitica.

 

 

Note al testo

189: Alþingistiðindi, 1956, Doc. A-623.

190: Alþingistiðindi, 1956, Doc. A-643.

191: Alþingistiðindi, 1956, Sez. D. Intervento di F. Valdimarsson.

192: Alþingistiðindi, 1956, Sez. D. Intervento di K. Guðmundsson.

193: I conservatori avevano in realtà a disposizione 21 seggi, ma tre parlamentari non si presentarono alle
votazioni. Gli esiti delle votazioni sono in Alþingistiðindi, 1956, sez. D.

194: T. Whitehead, The Ally, p. 69.

195: Morgunbladið, 2 aprile 1956.

196: Timinn, 7 aprile 1956.

197: Morgunbladið, 27 aprile, 1956.

198: Morgunbladið, 10 maggio 1956.

199: White Falcon (periodico), Keflavik Base, 12 maggio 1956.

200: Morgunbladið, 25 maggio 1956.

201: Timinn, 30 maggio 1956.

202: Morgunblaðid, 1 giugno 1956.

203: V. Ingimundarsson, The West, cit., p. 91.

204: Alla fine del 1955 la situazione economica era di nuovo grave: le importazioni superavano di gran lunga le esportazioni, i salari aumentavano, ed aumentava anche l'inflazione. Cfr. Guðmundsson, Reluctant European, cit., p.26.