I prodromi della svolta (1955)

Durante il 1955 apparve chiaro a molti che la situazione internazionale si stava effettivamente placando; non solo la guerra di Corea si era assestata, ma la cosiddetta “diplomazia del sorriso” di Nikita Cruscev alimentava nuove speranze; la decisione del Cremlino di abbandonare la base navale di Porkkala, in Finlandia, poteva tra l’altro ben prefigurare un analogo passo americano in Islanda. La revisione del trattato del 1954 valse, per quanto riguarda la politica estera, un periodo di tranquillità, ma la situazione sarebbe presto cambiata nel 1956.
Come abbiamo accennato, la sconfitta elettorale del 1953 toccò nel vivo la leadership di Valdimarsson, che, incalzato dai sostenitori di Stefànsson, fu costretto a cedere la poltrona di presidente del partito. Ad assumere questo ruolo venne quindi chiamato Haraldur Guðmundsson, vicino al vecchio leader Stefànsson. Valdimarsson, temendo di perdere peso politico, decise una mossa a sorpresa: alle elezioni dei vertici sindacali, legandosi ai comunisti, anziché al proprio partito, riuscì a farsi eleggere presidente della principale organizzazione dei lavoratori. Senza dubbio, in condizioni normali, tale scarsa considerazione della “disciplina di partito” avrebbe di certo portato all’espulsione di Valdimarsson; tuttavia i socialdemocratici decisero di non prendere alcun drastico provvedimento, temendo gli effetti di una scissione in un momento di grande debolezza. (178)
A questo punto però Valdimarsson tornava in una posizione di forza, e la linea del partito oscillò di nuovo: a seguito del congresso di novembre 1955, Gylfi Gislason (al fianco di Valdimarsson in numerosi “momenti critici” ) (179),  riuscì a far passare una risoluzione in cui si auspicava la formazione di una alleanza elettorale con i progressisti ed i nazionalisti del PDN, e, facendo riferimento alle mutate condizioni internazionali, si tornava a chiedere una nuova revisione del “Defense Agreement” in vista di un ritiro delle truppe. Qualora un accordo non fosse stato raggiunto, si sarebbe dovuto invocare l’Articolo VII del trattato per la sua definitiva abrogazione. (180)
Quindi, anche se non si giungeva ad aprire ai comunisti, la linea politica che si andava costruendo rappresentava una nuova “sbandata” a sinistra.

Anche in seno al Partito Progressista il nuovo clima internazionale faceva sentire i suoi effetti; nella dichiarazione di fine anno, il leader Hermann Jònasson affermò:

«E’ importante che, dal punto di vista della nostra nazione, si tenga fede ai propositi già espressi relativamente alla politica estera. E’ scontato che dobbiamo immediatamente ottenere il livello di preparazione tale che ci permetta di assumere il completo controllo della base che è stata costruita» (181).

Effettivamente, i progressisti avevano sempre lasciato intendere che gli accordi del 1951 fossero una situazione temporanea, e sebbene nella dichiarazione sopra citata il partito non chiedeva un ritiro immediato delle truppe (né si dava un tempo limite), l’enfasi data alla necessità di preparare personale islandese era sempre stata funzionale a tale scopo.
Una svolta importante per i progressisti si ebbe durante il congresso di Marzo 1956. Due punti segnarono il congresso, uno di politica interna, l’altro di politica estera. Sul fronte interno si gettarono le basi per una alleanza elettorale con il partito socialdemocratico, secondo una vera e propria spartizione dei collegi e nella speranza di ottenere abbastanza rappresentanti per formare un governo (182). In politica estera si espresse quanto segue:

“Non c’è oggi alcun dubbio, come sanno tutte le persone ben informate, che le condizioni sono molto cambiate da quelle esistenti quando il Defense Agreement tra Islanda e Usa venne firmato, nel 1951. Per questo motivo sembra appropriato cominciare immediatamente la preparazione di una diversa organizzazione riguardo tale materia; sembra inoltre ineccepibile che, secondo l’Articolo VII di detto accordo, si proceda al riesame della necessità di mantenere le strutture che sono state rese disponibili agli Stati Uniti in funzione del Defense Agreement” . (183)

L’obbiettivo del partito era quindi quello di forzare gli Stati Uniti ad accettare un nuovo assetto, agitando lo spauracchio dello stralcio definitivo dell’accordo, che prevedesse finalmente la sostituzione di personale militare americano con personale civile islandese, cosa peraltro già acquisita nel corso di precedenti negoziati, ma che non procedeva. Un’altra necessità, strettamente elettorale, era poi quella di far fuori il PDN, che tanto aveva nuociuto in termini di consensi, assimilando il punto focale del programma.

Nel frattempo l’attivissimo Valdimarsson, che guidava un sindacato largamente in mano ad esponenti vicini al partito comunista, colse l’occasione di un grande sciopero tra i lavoratori per lanciare nell’arena politica una nuova entità politica, la Althydubandalag (Alleanza Popolare) (184). Questo partito, al di là degli intenti retorici di voler rappresentare i lavoratori, era in realtà il vecchio Partito di Unità Socialista (che vi confluì in toto) con in più le frange minoritarie dei “socialdemocratici di sinistra” di Valdimarsson; questi entrava nel nucleo direttivo del partito (la cui presidenza toccò al leader storico dei comunisti, Einar Olgeirsson) e venne questa volta definitivamente espulso dal PSD il 22 marzo (185).
Mentre il mondo politico si preparava a nuovi scontri, l’economia viveva l’ennesima crisi: le fluttuazioni del mercato del pesce costituivano un fattore di intrinseca debolezza, inoltre l’inflazione sfuggiva ad ogni controllo, tenuta alta ora dall’eccesso di moneta, ora da un incremento dei salari (effetto dello spettacolare sciopero guidato dai sindacati federati di Valdimarsson); i costi di produzione lievitavano, con evidente danno alla competitività delle industrie islandesi in campo internazionale, mentre le importazioni rimanevano alte e lo squilibrio della bilancia commerciale rischiava di degenerare pericolosamente.
L’amministrazione Eisenhower tentò di controbilanciare la “deriva a sinistra” della società sia con interventi propagandistici, sia per mezzo delle leve economiche. Artisti di fama mondiale giunsero in Islanda e politici, giornalisti, intellettuali e rappresentanti dei lavoratori vennero invitati negli Stati Uniti; nelle università e nei sindacati gruppi non comunisti vennero invitati a collaborare, ma, come i fatti dimostrarono con scarso successo.
La crescente opposizione alla base venne chiaramente indicata da un sondaggio segreto realizzato dall’istituto norvegese Gallup per conto del governo americano. Solo il 28% degli intervistati si disse a favore della base, ed il 48% contrario. Invece vi era un forte appoggio dell’alleanza atlantica, con un 44% di favorevoli ed un 22% di contrari. La maggior parte della popolazione che si era detta contraria basava la sua opposizione all’impatto culturale che gli stranieri potevano avere sulla società islandese, invece solo pochi ritenevano che potevano rendere l’Islanda un bersaglio di attacchi nemici. (186)

Dal punto di vista economico già la base di per sé rappresentava una iniezione notevole di capitale (187), ma Eisenhower propose ai suoi consiglieri una azione spettacolare: far acquistare agli Stati Uniti tutta la produzione ittica islandese, da donare ai paesi del terzo mondo come gesto umanitario (188). Questa operazione venne però sostituita (temendo un flusso incontrastato di richieste da altri paesi) con il finanziamento di un cementificio; queste proposte, certo gradite, furono però troppo tardive per raddrizzare la deriva dell’opinione pubblica piuttosto compromessa, ed in realtà non risolvevano il problema: l’Islanda continuava ad operare in un regime economico artefatto, non riusciva a diversificare le sue produzioni e non poteva contrastare l’inflazione; “gettare soldi sui problemi”, se poteva rappresentare una soluzione di breve periodo, non risolveva l’instabilità economica della nazione.

 
 

 

Note

178: Nuechterlein, Reluctant, cit., p. 135.

179: Vedi le votazioni sulla Nato, precedentemente esposte.

180: Per la risoluzione, cfr. Alþydublaðid, 17 novembre 1955.

181: Timinn, 31 dicembre 1951.

182: Timinn, 11 marzo 1956

183: Ibidem.

184: Þjoðviljinn, 15-16 marzo 1956.

185: Alþydublaðid, 23 marzo 1956.

186: V. Ingimundarsson, The Role of Nato, cit., p. 9-10.

187: La base impiegava direttamente, tra il '51 ed il '55 almeno il 4% della forza lavoro della nazione. R. Arnason, Political Parties and Defence, Kingston (Canada) 1980, p. 48.

188: V. Ingimundarsson, Buttressing the West, cit., p. 89.