La sinistra parlamentare avanza

Insieme a questa nuova iniziativa economica, l’erosione del supporto popolare alla Defense Force, già abbastanza visibile nel 1951, cominciò presto a divenire uno dei temi politici principali.
La politica non fu ovviamente insensibile a queste più o meno evidenti manifestazioni d’insofferenza, e ben presto si consumarono piccole grandi rivoluzioni che modificarono la percezione del problema della difesa: un cambiamento di leadership al Partito Socialdemocratico, più orientata ad un atteggiamento radicale nel chiedere il ritiro della Defense Force; la creazione ex-novo di un partito neutralista nazionalista; il nuovo corso dei progressisti che (a seguito di una nuova sconfitta elettorale del ’53, di cui si dirà tra breve, per l’incapacità di trattare con le frange antimilitariste del proprio elettorato), sperarono di arginare l’emorragia di consensi formando un nuovo governo con i conservatori sulla base di una revisione del Defense Agreement.

Per quanto riguarda il Partito Socialdemocratico era tempo ormai che venivano spesso in polemica fra loro due ali della dirigenza; quella del presidente del partito, Stefàn Stefànsson, che fino a questo momento aveva prevalso, e quella facente capo a Hannibal Valdimarsson, generalmente considerato il campione della corrente di sinistra. Il punto che più divideva i due era sostanzialmente il rapporto con i conservatori del Partito Indipendente: Stefànsson aveva, nel corso della sua carriera politica, formato diversi governi con il centrodestra (e fu anche a capo di un gabinetto tra il ’47 ed il ’49) e aveva espresso una linea politica di apertura all’occidente e di rifiuto di collaborazione con i comunisti. Valdimarsson riteneva al contrario che questa politica poteva essere lesiva degli interessi a lungo termine del partito, che rischiava di perdere consensi fra le organizzazioni dei lavoratori (155); inoltre, questi si era spesso polemicamente schierato contro la linea del presidente in materia di politica estera (ad esempio il voto sulla Nato).
Durante il congresso del 1952, Valdimarsson riuscì a scalzare Stefànsson dalla guida del partito ed anche ad ottenere la poltrona di direttore del giornale di partito (Alþydublaðid). In politica estera la linea della nuova dirigenza sarebbe stata meno accondiscendente del suo predecessore:

“La situazione internazionale può, in un prossimo futuro, modificarsi al punto che gli islandesi possano rivedere il loro atteggiamento nei riguardi della Defense Force” .
(156)

Sebbene Valdimarsson non si era opposto al trattato del 1951, spiegò di averlo fatto in considerazione della situazione internazionale critica, e sempre con l’idea che fosse un assetto temporaneo; si diceva poi pienamente d’accordo con tutti coloro che ritenevano necessario l’isolamento degli stranieri negli spazi a loro disposizione, per ridurre al minimo i contatti con i civili.

Il secondo evento politico di questi anni fu, come accennato, la nascita del Þjoðvarnarflokkur Íslands, Partito di Difesa Nazionale; sebbene non fosse emanazione diretta della Lega di Difesa Nazionale (costituitasi precedentemente sulle proteste contro il Keflavik agreement e l’adesione alla Nato), ne condivideva i principi: ritorno alla neutralità, nessun compromesso con gli stranieri, ferma e strenua difesa dell’identità culturale della nazione. Questo partito, a volte definito come di area di centrosinistra, esauriva in realtà il suo scopo in un programma teso ad opporsi quantomeno alla presenza fisica dei soldati stranieri, e tentava di appellarsi a tutti quegli elettori che o votavano per il partito comunista esclusivamente per la loro politica di netto contrasto, ma che non si riconoscevano nell’ideologia del partito, oppure erano scontenti della condotta degli altri partiti di riferimento su questa materia. Il PDN, costituito in larga parte da intellettuali di sinistra, rappresentava il ritorno del nazionalismo in forme ben più organizzate che in passato (157). Il 6 settembre del 1952 il partito cominciò a pubblicare il proprio organo di stampa, il settimanale “Frjàls Þjoð” (Nazione Libera) (158), come veicolo per le proprie posizioni ed anche come strumento di denuncia della condotta dei soldati (159):

«…Dobbiamo isolare l’esercito, e dobbiamo pretendere che sia incondizionatamente confinato all’interno delle aree messe a disposizione, non meno di quanto accade all’esercito russo a Porkkala, Finlandia. Dovrebbe essere un punto d’onore per gli americani non perpetrare qui una intrusione più dannosa di quella dei russi in Finlandia…».

Nell’articolo del 17 marzo 1953, due giorni dopo la fondazione ufficiale del partito, il giornale ne pubblica il “manifesto”:

«…Una potenza straniera, che ha sempre desiderato il territorio islandese per trasformarlo in una postazione militare per un non specificabile periodo di tempo, è riuscita a stabilire una base e cerca costantemente di rafforzare la sua presenza nel nostro paese. (…) La nazione non deve dimenticare il rispetto degli antenati, nel continuare la lotta per l’indipendenza e la cultura nazionale (…). L’occupazione militare del paese in tempo di pace è pericolo e disgrazia per la nazione».

Nella campagna elettorale che portò alle elezioni del 1953 la questione della base e della difesa fu ovviamente solo uno dei punti dibattuti, ma la presenza stessa del PDN imponeva agli altri partiti di prendere delle posizioni chiare.
I conservatori, attraverso le pagine del Morgunblaðid, sembravano favorire la presenza della Defense Force in Islanda; come tutte le cose, anche gli annessi e connessi del Defense Agreement potevano essere migliorati (specie tutti i problemi riguardanti i rapporti di lavoro tra ditte islandesi ed americane), ma in generale il partito non modificava le sue opinioni:

«Noi tutti sappiamo bene che fino a quando la situazione internazionale rimarrà così infelice come è oggi, gli equivoci e le scomodità che accompagnano la presenza della Defense Force sono inezie se comparate con il pericolo che risulterebbe dall’essere completamente sguarniti». (160)

Anche il Partito Progressista, che ancora non sembrava cedere alle “ali neutraliste” cui si accennava, invocò la difficoltà della situazione internazionale, definendo anzi la presenza militare americana necessaria non solo alla sicurezza degli islandesi, ma di tutta l’area del nord Atlantico; si riconosceva il bisogno di limare alcune imperfezioni, come la possibilità di limitare il movimento dei soldati, ma si puntava anche il dito contro una propaganda eccessiva ed a tratti irresponsabile di altre forze politiche (161).
Le insofferenze popolari alla presunta “minaccia culturale” degli stranieri trovarono attenti uditori invece presso i socialdemocratici (162); a differenza di Stefànsson, che aveva dato al partito una linea spiccatamente “internazionalista” o “western oriented”, il nuovo leader Valdimarsson si sarebbe comportato coerentemente al nuovo corso che intendeva dare al partito.
Il Partito di Unità Socialista (comunista), di cui erano già ben note le posizioni, tentò di lanciare un progetto per un fronte unito “di tutti gli islandesi fedeli alla patria” per cacciare i nuovi colonialisti (163), ma non riuscì, in questa fase pre-elettorale, a trovare la disponibilità seria di nessuna compagine democratica, e la proposta cadde sostanzialmente nel vuoto.

Le nuove elezioni si tennero il 28 giugno del 1953, e la grande incognita era ovviamente il risultato del nuovo PDN; questo nuovo partito era un movimento d’opinione che poteva raggranellare solo qualche voto di protesta o era il frutto di una vera e propria irritazione di una parte consistente della nazione? E quale dei vecchi partiti avrebbe maggiormente sofferto la presenza del nuovo soggetto politico?
Le urne sancirono un buon successo del PDN: con il 6% dei voti otteneva due seggi in parlamento. Anche il Partito Indipendente guadagnò due seggi rispetto alle votazioni precedenti, ottenendone 21; il partito progressista passò da 17 a 16, ed anche i comunisti persero un seggio (7 seggi) (164). Per i socialdemocratici fu una vera disfatta, non solo perché persero due rappresentanti (6 seggi), ma anche perché lo stesso leader Valdimarsson, promotore della “svolta a sinistra”, non riuscì a farsi eleggere nel proprio collegio (165).
Le elezioni dimostrarono sostanzialmente che i conservatori mantenevano con fermezza il ruolo di primo partito del sistema politico islandese (166); il PDN aveva sottratto molti voti ai comunisti e soprattutto ai progressisti (167), mentre per Valdimarsson fu una umiliazione personale: avendo inglobato nel proprio programma molti punti di quello del PDN, avrebbero dovuto essere quello che meno aveva a temere dal nuovo partito.
La riuscita del PDN dimostrava quanto il carattere islandese di difesa dei propri valori tradizionali non fosse affatto un po’ di colore in un sistema politico piuttosto statico, ma era una esigenza realmente sentita dalla popolazione.
Le reazioni della stampa ovviamente rispecchiarono gli umori di vincitori e vinti. Il Þjoðviljinn attribuiva la sconfitta alla “disunione” dei partiti antagonisti alla base militare che non erano riusciti ad allearsi in una sorta di cartello d’intenti, come il partito aveva proposto (168). I progressisti non cercarono scuse per quella che era, a tutti gli effetti, una sconfitta elettorale; a causa di un certo lassismo, avevano ignorato i segnali delle loro ali neutraliste ed ora si trovavano in una posizione indebolita (169). Potrebbe non essere inutile ricordare che i progressisti avevano la loro base elettorale soprattutto negli ambienti cooperativi delle campagne e quindi i loro elettori se potevano sperimentare meno direttamente “l’impatto sociale” (che però era una sorta di punto d’onore nazionale), erano anche quelli che risentivano meno de “l’impatto economico” della base, ovvero la cosiddetta ricaduta occupazionale.
La formazione di un nuovo governo, in virtù di questi esiti elettorali, fu difficoltosa. Il Partito Progressista aveva grosse resistenze a collaborare con i conservatori, ma una crisi di governo prolungata avrebbe certo portato a nuove elezioni, e con il partito in difficoltà ciò non era auspicabile (170). Anche i socialdemocratici di Valdimarsson non modificarono, nonostante la sconfitta, la loro linea anticonservativa.

 

Note al testo:
155: Il partito era tradizionalmente forte negli ambienti sindacali, e Valdimarsson temeva che il legarsi
assiduamente con gli ambienti borghesi capitalistici, di cui i conservatori erano i principali esponenti,
poteva essere dannoso. Per una trattazione del sistema politico e dei partiti islandesi, vedi capitolo
dedicato.
156: Alþidubladið (quotidiano, organo del Partito Socialdemocratico), 10 dicembre 1950.
157: V. Ingimundarsson, The role of Nato, cit., p. 9.
158: Anch'esso si ispirava al Þjodvörn, stampato qualche anno prima dalla Lega.
159: Ad esempio, il 6 settembre il settimanale pubblicò un articolo in base al quale i soldati avevano
trasformato in case per appuntamento almeno 14 appartamenti di Reykjavik.
160: Intervista a Benediksson, Morgunbladið, 3 giugno 1953.
161: La dichiarazione d'intenti del partito è pubblicata sul Timinn in data 28 marzo 1953.
162: B. Groendal, From Neutrality, cit., p. 53
163: Cfr. Þjoðviljinn (quotidiano, organo del Partito di Unità Socialista), 1 aprile 1953.
164: Per un quadro complessivo degli esiti elettorali, vedi appendice.
165: Egli venne però "ripescato" nella quota proporzionale, in quanto il sistema politico islandese prevede
la distribuzione di una quota di seggi su base proporzionale, ma solo tra i partiti che hanno ottenuto
almeno un mandato con sistema maggioritario. Per una trattazione più approfondita del sistema elettorale
rimando al capitolo dedicatovi.
166: Da notare che alle elezioni si era presentato anche il Partito Repubblicano, nato da una scissione di
minoranza dall'Indipendente, ma rimase non rappresentato in parlamento e non sembrò aver danneggiato
i conservatori in maniera rilevante.
167: In virtù del sistema maggioritario, il PDN sottraeva al PP abbastanza voti da fargli perdere collegi
soprattutto in favore dei conservatori, come accadde a Reykjavik ove i progressisti persero il loro unico
mandato proprio in questo modo.
168: Þjoðviljinn, 30 giugno 1953.
169: Timinn, 1 luglio 1953.
170: Timinn, 11 settembre 1953.