Con l’adesione dell’Islanda alla Nato ed il “Keflavik Agreement” in vigore ancora per qualche anno, il problema della politica di difesa sembrava per un attimo accantonato. Subito dopo le elezioni Òlafur Thors tentò di varare un nuovo governo, ma l’esperienza fallì dopo pochi mesi (129). L’empasse politica fu risolta dall’accordo fra progressisti e conservatori, i due maggiori partiti: ai primi sarebbe spettata la poltrona di primo ministro, i secondi invece ottenevano il ritiro della candidatura di Hermann Jònasson (che si era espresso negativamente sul Keflavik Agreement e sulla Nato) alla carica di premier e mantenevano il dicastero degli affari esteri, sempre nella persona di Benediktsson. Il progressista Steingrimur Steinthorsson compose così il proprio gabinetto, forte di 36 seggi parlamentari su 52.
Ciò che ripropose con forza il tema politico della sicurezza del paese fu un evento internazionale: lo scoppio della guerra di Corea (giugno 1950). Questo conflitto drammatico suscitò ampie polemiche soprattutto sulla stampa non comunista e la prospettiva di una difesa militare del paese, che fino a pochi mesi prima sembrava un tabù, venne riproposta con decisione.
Il settimanale Landvörn, edito dal già citato Jònas Jònsson e noto parlamentare dell’ala filo occidentale, nel numero del 14 luglio chiese che la Nato inviasse un contingente difensivo in Islanda e che il governo, in aperta rottura con la tradizione, istituisse una guardia nazionale. Anche il Manudagsblaðid asseriva che una forza di difesa preventiva era auspicabile: in caso di attacco sovietico gli americani avrebbero “controinvaso” il paese, trasformandolo suo malgrado in un campo di battaglia (24 luglio 1950).
La situazione internazionale era di difficile interpretazione e tutti gli accordi posti in essere dall’Islanda a partire dalla fine della seconda guerra mondiale sembravano di colpo insufficienti a garantire la sicurezza del paese. Come i vertici militari facevano notare, senza una adeguata difesa, i campi aerei potevano essere sabotati senza difficoltà; il governo Stefànsson aveva già tentato di istituire una forza armata paramilitare derivata dalla polizia, ma il progetto era fallito.
Nel settembre 1950 Benediktson partecipò ad uno storico incontro al Pentagono con lo Standing Group della Nato; dopo aver ripetuto le ben note peculiarità della posizione islandese, per la prima volta accettò di considerare il dispiegamento di circa 1.200 uomini per la protezione delle installazioni militari. Con l’aggravarsi del conflitto asiatico, tale numero fu portato intorno alle 3.300 unità.
Nel febbraio del 1951 si avviarono negoziati segreti tra statunitensi ed islandesi a Reykjavik, che si conclusero quattro mesi più tardi: il 7 maggio del 1951 il governo islandese pubblicò il testo di un accordo difensivo con gli Usa, e contemporaneamente il primo contingente di soldati americani atterrava all’aeroporto di Keflavik. Tutto si era svolto nella maggiore segretezza e senza una sessione speciale del parlamento, e la dichiarazione fornita ai giornali era l’unica spiegazione ufficiale:
«A causa degli eventi degli ultimi mesi, l’incertezza della situazione internazionale e l’insicurezza sono cresciuti a dismisura. Anche se sanguinose battaglie non vengono ora combattute in questa parte del mondo, le Nazioni Unite sono state costrette a prendere le armi altrove per contrastare un attacco non provocato. L’Islanda è membro delle Nazioni Unite, e sebbene non possiamo supportare questa organizzazione con delle forze armate, non possiamo non riconoscere che attualmente la logica del conflitto e del pericolo stanno prevalendo nel contesto internazionale» (130).
Il “Trattato Difensivo” fra Islanda e Stati Uniti prevedeva due documenti: il primo (131) concerneva le questioni generali, il secondo era invece una lunga serie di regolamenti minori riguardanti anche i minimi dettagli. Venne stabilito che gli Stati Uniti si facevano carico della difesa dell’Islanda, la quale avrebbe messo l’esercito in condizione di svolgere questa funzione, senza nulla a pretendere in termini di compensazione economica. Il governo islandese sottoponeva però alla sua approvazione il numero di soldati che sarebbero stati impiegati e riceveva il pieno controllo del traffico civile dell’aeroporto di Keflavik. Inoltre entrambi i governi avrebbero potuto notificare, in qualunque momento, la Consiglio della Nato l’intenzione di rivedere il trattato (132). Qualora non si fosse raggiunto un accordo entro il termine di sei mesi, dopo un ulteriore periodo di dodici mesi entrambi i governi avrebbero potuto dichiarare unilateralmente la fine del rapporto.
Il 7 maggio 1951 quindi il generale di brigata J. McGraw assunse il comando dell’Iceland Defence Force, di istanza a Keflavik. Oltre che proteggere l’aeroporto e le altre strutture dai possibili sabotaggi, i soldati avrebbero dovuto facilitare il monitoraggio radar ed aeronavale del nord Atlantico all’interno del “Distant Early Warning System”, per rilevare prontamente e respingere un attacco a sorpresa verso gli Stati Uniti da parte di bombardieri sovietici. L’accordo però, almeno formalmente, non permetteva un uso offensivo della bas (133)e.
Da un punto di vista procedurale questo trattato presenta diverse anomalie: innanzitutto la completa segretezza in cui avvennero le trattative e la decisione da parte del governo di non passare per il voto parlamentare (134).
Questo fu possibile solo grazie al completo ed “informale” accordo fra tutte le forze democratiche, mentre i comunisti vennero arbitrariamente esclusi: il motivo di questa scelta non è da ricercarsi solo nel tentativo di velocizzare il processo, ma anche nel fatto che la minaccia interna di colpo di stato comunista era probabilmente uno dei pericoli da cui ci si voleva liberare (135).
Sebbene il partito socialdemocratico era all’opposizione, in politica estera vi fu l’unanimità d’interessi col governo, e tutti i parlamentari dei tre partiti che, a suo tempo, si erano opposti alla Nato erano ora favorevoli a questi nuovi sviluppi. A rendere possibile questa piena sintonia fu molto probabilmente l’estrema cura con cui il governò si adoperò per assicurare all’Islanda il maggior controllo possibile della situazione: il secondo documento del trattato, quello riguardante i dettagli operativi, necessitò di una lunga trattativa di quattro mesi proprio per far sì che tutte le possibili obbiezioni fossero contemplate (136). Se gli americani erano determinati ad usare questa opportunità per raggiungere una concessione militare di lungo termine (tentando di legare la durata dell’accordo difensivo a quella dell’alleanza atlantica) dall’altra parte solo un profilo minimo di cooperazione era compatibile con tutte le resistenze del mondo politico (137).
Agendo in tutta segretezza e nel pieno accordo delle forze democratiche, si poté togliere ai comunisti la possibilità del dibattito politico per animare un forum di discussione pubblica.
L’8 maggio del 1951 gli editoriali dei quattro giornali principali sono tutti dedicati al “Defence Agreement”. Solo il quotidiano comunista Þjoðviljinn si espresse polemicamente contro il colpo di mano del governo, mentre gli altri giornali rispecchiano le opinioni dei partiti di riferimento.
Dal Timinn:
“L’Islanda desidera la pace, ma allo stesso tempo sa che è necessario intraprendere azioni concrete e che non può vivere in un mondo di sogni; il popolo deve quindi saper scegliere quali misure prevengono la trasformazione dell’Islanda in un campo di battaglia, ed è compito del governo evitare questo pericolo. Si ritiene probabile che le atrocità della guerra possano essere tenute lontane avendo a disposizione una forma di difesa tangibile”.
Il Morgunblaðid appoggiò invece la decisione del governo di non chiamare una sessione speciale del parlamento: il nuovo accordo rientrava nei termini del Trattato del Nord Atlantico, che era già stato approvato dal parlamento.
L’Alþydublaðid dava invece una lettura dal punto di vista della scena internazionale:
“E’ chiaro che i nostri pacifici vicini, che sono impegnati nel rafforzare la propria sicurezza per il mantenimento della pace mondiale, sono fortemente minacciati da una Islanda sguarnita”.
Al di là delle motivazioni politiche, bisogna però anche soffermarsi sulle considerazioni militari. La Nato nasceva come organizzazione difensiva che, in caso di attacco ad uno dei suoi membri, avrebbe reagito collettivamente. Eppure questo schema era ormai obsoleto; con i progressi tecnologici e la velocità con cui gli eserciti erano in grado di muoversi, non si poteva più attendere lo scoppio di un conflitto per organizzare le proprie difese (138).
Se i tre giornali sopra citati rispecchiavano le posizioni dei partiti democratici, il Þjòðviljinn si accanì ferocemente contro un trattato che considerava un tradimento e l’inizio di una nuova occupazione dell’imperialismo americano:
«Questo governo fantoccio ha abbandonato le sorti del paese in mano ad un esercito straniero. Una nuova occupazione dell’Islanda è ora cominciata e le promesse che “nessun contingente militare sarà ospitato in tempo di pace” sono state vergognosamente disonorate. (…) Questo accordo non vincola legalmente ne moralmente il paese, ma è un patto privato fra i più perversi politici della nazione ed una potenza straniera».
Formalmente il Defense Agreement venne recepito come un decreto del governo, la cui ratifica parlamentare era un atto rinviabile ma non evitabile totalmente: in ottobre le camere discussero la questione, introdotta dal ministro degli esteri Benediktson. Egli, oltre alle valutazioni del governo su quanto era stato fatto, affermò che sebbene il governo non fosse obbligato a riferire al parlamento, tutti i membri non comunisti erano stati consultati ed avevano espresso parere positivo per iscritto (139), il che equivaleva a dire che almeno 43 parlamentari avevano approvato l’operato del governo. Un altro intervento autorevole fu quello del socialdemocratico Stefànsson; egli molto semplicemente affermò che, visti gli eventi internazionali, l’Islanda poteva costituire un proprio esercito, chiedere l’assistenza della Nato oppure attendere e sperare. La seconda opzione era sembrata di gran lunga la preferibile (140).
I comunisti, per bocca del loro leader Einar Olgeirsson ribadirono tutto il loro ben noto dissenso e denunciavano l’atto come un preliminare di guerra, ma non riuscirono a bloccarlo. I loro fiancheggiatori non organizzarono manifestazioni e incidenti, anche perché la popolazione islandese era stata seriamente impressionata dalla guerra di Corea ed in linea di massima approvava la politica governativa (141).
A differenza di quanto accaduto per gli altri trattati, il parlamento non si riunì in seduta comune, ma i due rami votarono nel novembre e nel dicembre del 1951: la “camera bassa” approvò per 23 favorevoli e 5 contrari, la “camera alta” per 12 a 3.
Tutto sommato, grazie alla decisione di ritardare la votazione, il governo era riuscito ad abbassare i toni sottoponendo a dibattito un fatto compiuto, ed i comunisti non furono più in grado di drammatizzare la discussione.
L’impatto economico della presenza dei soldati fu sensibile. Sebbene non era stata stabilita alcuna compensazione per l’Islanda, i cantieri militari, l’indotto ed i pagamenti in dollari a vario titolo furono una componente importante dell’economia islandese che, non essendo in grado di sostenere autonomamente gli standards di vita raggiunti, era in cronico deficit (142).
Sebbene il periodo utile per le grandi costruzioni in Islanda è piuttosto breve a causa del clima instabile, i cantieri per le infrastrutture militari fornivano circa di 3.000 posti di lavoro e avrebbero alleviato la crisi dell’economia. Ancora più interessante è notare come la base abbia inciso sulle entrate di capitale estero in modo netto. Se nel 1951 questa quota era di poco superiore all’1%, passò al 10,25% nel ’52 e al 19.91% nel ’53.
Inoltre gli americani, che avevano stabilito per il 1952 la fine del Piano Marshall, prolungarono gli aiuti per un altro anno. Tra il 1948 ed il 1953 gli islandesi ricevettero circa 39 milioni di dollari a vario titolo (fondi incondizionati, agevolazioni, prestiti etc.).
Se il percorso politico fu privo di grossi problemi, e l’economia ricevette almeno parziale sollievo, non è da sottovalutare il tanto temuto “impatto sociale”, che anzi nel giro di pochi anni portò ad un cambiamento dell’opinione di molti politici.
Probabilmente quando il comando militare americano affermò, poco dopo il suo arrivo, che americani ed islandesi avrebbero dovuto imparare a conoscersi reciprocamente (143), non sapeva che questa dichiarazione amichevole suonava agli islandesi più come una minaccia che come una apertura.
Addirittura, per evitare complicazioni in una nota diplomatica il governo aveva chiesto agli americani di non inviare in Islanda truppe di colore (144).
I militari vennero sottoposti al coprifuoco per le 22:00 (tranne il giovedì, fino a mezzanotte), ma evidentemente non bastò a rasserenare la popolazione di Reykjavik (allora 55,000 abitanti), ove i militari si riversavano giornalmente vista la vicinanza dalla base e l’assenza di altri centri ricreativi.
L’associazione dei giovani conservatori (“Vaka”) pubblicò una risoluzione in cui, sebbene si ribadiva l’importanza del contributo delle forze armate alla causa nazionale, si chiedeva che vi fossero i minori contatti possibili fra civili e militari; inoltre si chiedeva ai giovani islandesi “di comportarsi in modo compatibile con l’onorabilità propria e della nazione” (145). Evidentemente, come già durante la guerra, gli islandesi sembravano essere oltremodo gelosi delle loro donne.
Il settimanale Manudagblaðid, che pure era stato uno strenuo avallatore delle forze armate, pubblicò una lettera in inglese per criticare la scarsa disciplina dei militari:
“Incidents and difficulties can and will always arise and cannot be helped, but continual clashes and disorders can be prevented if the one who commands applies necessary restriction”. (146)
Questi risentimenti alla lunga cominciarono ad avere un certo riscontro anche in ambito politico, e la campagna di discredito operata dai comunisti trovava terreno fertile per le proprie stoccate, ma progressisti e conservatori, nei due anni successivi alla firma del trattato, non modificarono la loro politica.
Nel giro di pochi anni l’Islanda sperimentò una politica di sicurezza altalenante: la neutralità formale (1918-maggio 1940), la “non collaborazione attiva” (occupazione inglese), la protezione di una potenza amica (1941-46), il tentativo di inserirsi in un sistema di una “sicurezza collettiva” (adesione all’Onu), il sistema di “difesa collettiva” (adesione alla Nato) per poi divenire parte integrante di un network militare.
Molti fattori segnarono questo percorso: benefici economici da un lato, resistenze culturali dall’altro, incertezza del clima internazionale sullo fondo. Fra tutte le entità politiche forse quella che contribuì più delle altre a questa fluttuazione fu il Partito Progressista. Analizzando la posizione dei partiti in un quadro d’insieme infatti, risulta chiaro che sia il Partito Indipendente che il Partito di Unità Socialista, nei due opposti, adottarono una politica precisa e ferma. Il Partito Socialdemocratico, sotto la risoluta guida di Stefàn Stefànsson, attuò una politica di stampo internazionalista, di collaborazione ponderata con i conservatori e chiusura con i comunisti, ma si trovò a far fronte ad una limitata ma visibile opposizione interna a questa linea (soprattutto Valdimarsson). I progressisti invece erano il partito più lacerato: molte organizzazioni di base erano spiccatamente antimilitariste, ed anche la dirigenza di partito si trovò a votare spesso non unanimemente (come Hermann Jònsson ed Eynsteinn Jònsson, numeri uno e due della segreteria, alla votazione del ’46 per il Keflavik Agreement).
A complicare la questione vi era poi il fatto che, in virtù degli esiti elettorali ed una debolezza intrinseca del sistema, i progressisti erano necessari alla formazione di un governo credibile: una volta che i conservatori ruppero definitivamente con i comunisti (1946), ed i socialdemocratici non erano disposti a collaborare né con questi ultimi né con i conservatori in una coalizione a due, i loro voti erano indispensabili. In questa scomoda situazione i progressisti vissero momenti sconfortanti, come il minimo storico alle elezioni del 1946, ma forse, grazie alla loro posizione fluttuante ed essendo comunque il secondo partito nazionale, riuscirono ad inserire un elemento di flessibilità in un mondo politico alquanto statico. Questo permise di non irrigidire e rendere prevedibili le reazione del parlamento, costringendo gli Stati Uniti a far buon uso delle loro offerte di collaborazione.
Note al testo:
129: Non trovando la disponibilità delle altre forze politiche, Òlafur tentò la strada di un governo di
minoranza monopartito, ma l'esperienza durò pochi mesi (dicembre '49 - febbraio '50).
130: La dichiarazione del governo venne pubblicata integralmente pressoché da tutta la stampa.
131: Disponibile in Allegato E.
132: Sebbene questo trattato non venne stipulato fra l'Islanda e la Nato ma fra l'Islanda e gli Stati Uniti, essi agivano entro i termini e gli obbiettivi dell'alleanza atlantica.
133: V. Ingimundarsson, The west in the north, cit., p. 86.
134: I costituzionalisti del governo affermavano che queste obbligazioni non erano frutto di un nuovo accordo bilaterale fra Usa ed Islanda, ma rientravano in quanto già stipulato dal NAT, quindi il governo poteva agire per decreto esecutivo temporaneo. Cfr. V. Ingimundarsson, The Role ofNato and U.S. Military Base in icelandic Domestic Policy, 1949-1999, Reykjavik 2000, cap. primo.
135: Secondo E. Loftsson, (Disguished Threat, cit., p. 236.) la minaccia interna era più plausibile di quella esterna, ma a mio avviso i due eventi non potevano essere separati: un colpo di stato comunista poteva
verificarsi solo come atto preliminare ad una invasione sovietica, analogamente ai timori espressi durante
la guerra per le frange filonaziste.
136: D. Neuchterlein, Iceland Reluctant Ally, cit., p. 100.
137: T. Whitehead, The Ally, cit., pag 52.
138: B. Groendal, From neutrality, cit., p. 48.
139: V. Ingimundarsson, The Role ofNato, cit., capitolo primo.
140: Alþingistiðindi, 1951, sez. B.
141: G. Goendal, From Neutrality, cit., p. 50
142: L'Islanda nel 1939 era il paese più povero del nord Europa, mentre nel 1945 gli standard di vita erano paragonabili a quelli degli Stati Uniti. Cfr. Ingimundarsson, The West in the North, cit., p. 83.
143: Nuechterlein, Reluctant, cit., p. 111.
144: Solo a partire dagli anni '70 queste imbarazzanti limitazioni vennero rimosse, su pressioni di circoli afroamericani. Cfr. Whitehead, The Ally, cit., p. 62.
145: Morgunbladið, 4 luglio 1951.
146: Manudagsbladið, 23 luglio 1951.