Governo Stefansson: fine della neutralità e adesione alla NATO

Il governo liderato dai socialdemocratici non aveva intenzione di spingersi più in là del Keflavik Agreement in materia di sicurezza, mentre argomenti di politica interna cominciarono a farsi più pressanti: il nuovo assetto in tempo di pace dell’economia islandese presentava problemi urgenti perché le riserve finanziarie accumulate durante la guerra si andavano assottigliando, non si riusciva a contenere l’inflazione ed i sindacati si battevano per un aumento dei salari. Il commercio con l’Europa da ricostruire era difficile ed il mercato dei prodotti ittici si andava assestando; gli islandesi per tutto il periodo bellico avevano operato in una sorta di regime protetto, ed ora la normalizzazione dell’economia rischiava di far tornare il paese a livelli che si consideravano superati (112).
Il nuovo governo però mancava della forza di portare avanti politiche dolorose, come la svalutazione della moneta o il taglio dei salari, e si preferì non abbandonare i meccanismi di controllo e centralizzazione dell’economia. Questi sforzi si rivelarono ben presto insufficienti, perché nel 1948 la decisione sovietica di cessare gli scambi commerciali tolse un altro importante mercato. Come accennato, il Cremlino si era reso conto che sottrarre l’Islanda dal campo occidentale era ancora un progetto irrealistico (113), e la famosa tesi “dei due campi” rendeva imbarazzante per il regime di Stalin corteggiare un paese comunque capitalista.
Questo fu il panorama politico in cui si aprì la questione della partecipazione al piano Marshall. Il pericolo di un collasso economico era una prospettiva concreta, vista l’ipertrofia causata dalla guerra in confronto agli usuali standard economici prebellici, ed un clima di instabilità ed irrequietezza avrebbe certo favorito gli estremismi. L’Islanda poteva ben rientrare nella “politica di contenimento” comunista dell’amministrazione Truman ora che Òlafur, grande architetto dell’allineamento ad Occidente, aveva tolto ai comunisti la possibilità di governare, ed il premier Stefànsson trovò l’appoggio di tutti i partiti democratici nella richiesta di partecipazione al Piano Marshall. I socialisti erano invece fortemente contrari all’adesione dell’Islanda, ma non vi erano solo motivazioni ideologiche: i nuovi accordi avrebbero mantenuto i livelli dei consumi alti, senza portare a quelle precondizioni necessarie per sostenere l’economia (114).

Gli islandesi riuscirono a spuntare concessioni molto generose, che riguardarono ovviamente le esportazioni di pesce (di gran lunga il fattore economico principale), ma anche investimenti nell’industria ittica e nel settore idroelettrico.
Ciò che favoriva gli islandesi era senza dubbio il forte squilibrio tra l’esiguità della popolazione (circa 140.000 nel 1950) e l’importanza strategica del territorio, quindi se all’interno del Piano gli aiuti dati all’Islanda furono una percentuale minima, da un punto di vista relativo il suo programma di assistenza economica fu sostenuto in modo più che proporzionale. Inoltre il Trattato di Keflavik del 1946 rappresentava per gli americani un passo indietro ma la lezione era acquisita: l’assistenza non venne vincolata a concessioni militari per evitare un approccio “aggressivo” nei confronti degli islandesi. Come è noto la strategia era un’altra: mantenendo un buon livello di prosperità diminuiva il pericolo di deriva dittatoriale.
Per quanto riguarda la politica di sicurezza, il governo di Stefàn Stefànsson affidò il ministero degli esteri al conservatore Bjarni Benediktsson, che suo malgrado fu costretto ad operare in un clima internazionale problematico e deteriorato. La presa di potere dei comunisti in Cecoslovacchia ed il blocco della città di Berlino erano segnali inquietanti che colpirono molto i paesi nordici, e la politica stalinista di operare con mezzi militari e fiancheggiatori comunisti locali gettava una cattiva luce sul SUP (che, tra l’altro, aveva appoggiato entrambe le iniziative sovietiche).
La base di Keflavik registrava il passaggio di aerei non identificati sempre più frequentemente e una spedizione scientifica cecoslovacca faceva tornare alla memoria le spedizioni analoghe nel periodo hitleriano. I sovietici sembravano operare una mappatura del territorio via terra, mare ed aria.
Già a partire dalla fine del 1948 cominciò a circolare l’ipotesi di una coalizione militare occidentale, cui l’Islanda avrebbe potuto in qualche modo partecipare. L’analisi dei vertici militari americani era chiara. Nel 1947 il US National Security Council definisce gli interessi strategici in Islanda:

- Una base per manovre offensive in quanto il paese si trova vicino al cuore industriale dell’unico nemico credibile.
- Una base da inserire nel sistema difensivo aereo, di importanza comparabile alla Groenlandia, in quanto giace sulla più probabile rotta di un attacco nemico.
- Una base desiderata dal nemico. Gli Stati Uniti non avrebbero dovuto permettere al nemico di guadagnare postazioni pericolose nella regione
- Una base per lo stazionamento e la copertura aerea, secondaria rispetto alle Azzorre ma importante per le comunicazioni con l’Europa. (115)

E’ logico comunque credere che, in caso di scoppio di un conflitto, gli Stati Uniti avrebbero immediatamente occupato il paese, con o senza il consenso degli islandesi, per assicurarsi una postazione alternativa in caso di inagibilità delle basi dello Strategic Air Command (SAC) in Gran Bretagna (116). Inoltre senza uno scalo intermedio, le rotte atlantiche avrebbero potuto essere coperte solo da aerei a quattro motori o bimotori appositamente modificati, mentre i voli di apparecchi con un solo motore sarebbero stati impossibili.
Vien da sé che il tema di una alleanza militare, ovvero il definitivo abbandono della neutralità in via ufficiale, fu argomento tra i più sentitamente dibattuti. Sia l’associazione per la difesa nazionale, sia il partito comunista lanciarono una campagna martellante per sgomberare il campo da ogni possibile apertura e tornare una volta per tutte alla politica di distacco dalle vicende internazionali. Questo sentimento, frutto di nazionalismo, antimilitarismo e neutralismo, ottenne ampi consensi trasversali: sulle stesse posizioni si espressero anche personalità religiose (117), come il reverendo Sigurbjor Einarson, associazioni studentesche e giovanili.
All’inizio del 1949 vi erano stati dei contatti preliminari fra i leaders dei paesi scandinavi, per sondare le possibilità di una alleanza difensiva del Nord Europa, ma il progetto naufragò quasi subito (118); l’Alleanza Atlantica cominciò quindi a definirsi in maniera più concreta, ed il dibattito permeò la nazione.
Il leader storico del Partito Indipendente, Òlafur Thors, dalle pagine del Morgunblaðid portò avanti teorie di segno opposto rispetto ai neutralisti: una dichiarazione unilaterale di neutralità “non vale la carta su cui è scritta” anche se garantita verbalmente dalle grandi potenze (31 dicembre 1948). L’Islanda avrebbe dovuto considerare l’invito delle potenze occidentali con la massima attenzione, facendo valere le proprie obbiezioni ma con uno spirito di fondo aperto e conciliante.
Il suo arcirivale invece, il progressista Hermann Jònasson, proprio lo stesso giorno in cui il Morgunblaðid pubblicava le tesi di Òlafur, rilasciava al giornale di partito dichiarazioni in cui esprimeva tutto il suo dissenso riguardo una alleanza militare: gli anglosassoni erano popolazioni amiche, ma ribaltando il punto di vista del suo avversario, affermava che la più grave minaccia a questa amicizia erano stati proprio gli attriti derivanti dalla presenza dei militari; la sovranità islandese aveva già sofferto durante la guerra, e la cultura nazionale doveva essere difesa. In generale poi, riteneva la minaccia sovietica esagerata. Anche un altro esponente importante del partito, la parlamentare Rannveig Þorsteindottir, particolarmente in sintonia con l’associazione di difesa nazionale, era fermamente contraria ad abbandonare la politica di neutralità (119).
Il premier socialdemocratico Stefànsson tentò di rasserenare il clima politico lavorando su di una piattaforma di discussione per cercare, da un lato, una garanzia di sicurezza con le altre nazioni democratiche, dall’altro per assicurarsi che l’adesione al patto atlantico non prevedesse l’accettazione di truppe straniere in tempo di pace. I tre partiti di governo erano sostanzialmente d’accordo su questi principi, ed anche il Partito Progressista, quello con la più battagliera ala neutralista, accettò questa linea di principio (120).


Il 12 marzo 1949 una commissione governativa partì alla volta di Washington per indagare approfonditamente i termini dell’intesa. Tale commissione era formata da tre membri, uno per ogni partito di governo: Bjarni Benediktson (ministro degli esteri, Partito Indipendente), Eynsteinn Jònsson (Progressisti), Emil Jònsson (Socialdemocratici).
I rappresentanti militari della delegazione americana convinsero gli islandesi che le aerostazioni di Keflavik e Reykjavik erano a rischio di attacco già nelle primissime fasi di un eventuale conflitto. Lo scenario più plausibile ricalcava i timori già espressi nel 1940, ovvero che un gruppo di fiancheggiatori, stavolta comunisti, potesse prendere possesso delle installazioni, contemporaneamente allo sbarco di battaglioni invasori. Ovviamente gli americani non sarebbero rimasti a guardare in uno scenario di questo tipo, ma il paese sarebbe diventato un campo di battaglia (121).
Gli islandesi erano a questo punto disposti ad accettare un nuovo piano che permettesse di usare il campo aereo di Keflavik come una testa di ponte permanente contro il pericolo di colpi di stato comunisti o in caso di guerra, e l’effetto deterrente del Patto Atlantico era molto interessante.
Dopo dieci giorni di colloqui, i tre membri tornarono in patria per assicurare i proprio connazionali che avevano ricevuto ampie garanzie in merito alla peculiarità delle richieste islandesi. La dichiarazione finale prevedeva quattro punti fondamentali: 1) In caso di conflitto l’Alleanza avrebbe goduto di una posizione comparabile a quella degli alleati durante l’ultima guerra. 2) Tutti i membri della Nato riconoscevano la condizione speciale dell’Islanda. 3) Era acquisito il fatto che l’Islanda non aveva esercito e non aveva intenzione di istiuirlo. 4) Non sarebbe stato richiesto di ricevere truppe straniere o concessioni militari in tempo di pace.
Il buon esito delle trattative fu possibile anche per il clima di grande collaborazione che l’ambasciatore americano Richard Buttrick era riuscito a instaurare con i conservatori e soprattutto con Bjarni; i due si incontrarono spesso per discutere insieme della politica estera islandese ed il ruolo giocato dall’ambasciata probabilmente andò al di là dei soli oneri diplomatici: gli americani fornirono materiale propagandistico antisovietico (specie in occasione delle elezioni del ’49), e giunsero a indicare dei candidati affidabili e provatamente anticomunisti per gli incarichi di direttore del servizio radiofonico ed altri compiti “sensibili”. L’ambasciata giunse a stilare un vero e proprio archivio di sospetti comunisti da inviare al Dipartimento di Stato (122).
Un altro aspetto che è stato sottolineato riguarda l’incoraggiamento indiretto sul governo islandese esercitato dalla partecipazione al trattato dei colleghi scandinavi; sia Danimarca che Norvegia furono tra i primi signatari, e questo rafforzava il peso della comunità nordica nell’organizzazione (123).
Il testo costitutivo del North Atlantic Treaty Organizzation venne finalmente pubblicato e le dirigenze dei partiti di governo lo approvarono; la discussione parlamentare cominciò il 28 marzo. In realtà non vi era dubbio che una ampia maggioranza si era espressa a favore del trattato, ma non tutto era scontato: non si era in grado di dire quanti fra i progressisti avrebbero accettato la linea di partito e quanto avrebbe potuto influire la campagna dei comunisti sul voto o sull’opinione pubblica.
Preliminarmente alla discussione, i comunisti avanzarono una mozione di sfiducia sul governo, la cui risposta fu affidata agli stessi membri della spedizione diplomatica. Il ministro Eynsteinn Jònsson disse:

«E’ oggi palese che non ci sono possibilità che l’Islanda venga lasciata fuori dalla guerra se un simile, infausto evento, dovesse verificarsi. A causa della posizione geografica, relazioni culturali ed affinità di governo l’Islanda dovrebbe cooperare con le nazioni democratiche. Ci sono persone che non lo ammetteranno. Queste persone sono quelle il cui interesse è che il nostro destino sia lo stesso destino dei Cechi e dei Polacchi». (124)

I comunisti affidarono al loro leader, Brynjolfur Bjarnason, il compito di illustrare tutto il loro dissenso:

«L’Unione Sovietica non ha mai richiesto alcuna base militare agli islandesi, e non ha mai richiesto privilegi particolari, ne in ambito militare ne in ambito civile. Nessun leader sovietico ha mai detto una parola che denunciasse aggressività nei confronti del nostro paese. I sovietici non hanno mai mostrato altro che amicizia. Gli Stati Uniti invece ci hanno chiesto tre basi militari per 99 anni (…) ed ora ci chiedono di usufruire del nostro territorio come una base offensiva in una prossima guerra. (…) Se la nazione sarà privata della possibilità di esprimersi liberamente, allora tutti voi onorevoli colleghi dovete sapere che la nazione considererà questi trattati, cui voi volete aderire, come non validi, e solo voi ne avrete la responsabilità». (125)

Il voto di sfiducia venne respinto ma vari parlamentari presentarono diversi emendamenti di fronte al parlamento. I progressisti Hermann Jònsson e Skuli Guðmundson chiesero che il trattato fosse ratificato da un referendum popolare; i socialdemocratici Hannibal Valdimarson e Gylfi Gislason chiesero invece che una dichiarazione specifica sull’Islanda divenisse parte integrante del trattato Nato. Anche i comunisti presentarono un gran numero di emendamenti al limite dell’ostruzionismo.
Alla fine, nel pomeriggio del 30 Marzo si passò alla votazione.
Fuori dal parlamento si era radunata una folla consistente e, temendo qualche gesto inconsulto, il governo aveva mobilitato le forze di polizia (120 uomini) e volontari delle proprie associazioni giovanili; un gruppo di manifestanti, aizzati dai comunisti, diedero vita a violenti scontri di piazza ed una fitta sassaiola distrusse le finestre del parlamento. La votazione finale vide 37 voti favorevoli, 13 contrari e due astenuti: votarono per il sì i 20 parlamentari conservatori, 10 progressisti e 7 socialdemocratici; contrari 10 comunisti, 2 socialdemocratici (Valdimarsonn e Gislason), un progressista (Zophoniasson); gli astenuti furono Hermann Jònasson e Skuli Guðmundson (progressisti).
Sulla stampa più che la votazione parlamentare in se, scontata dopo che le segreterie della maggioranza si erano espresse favorevolmente, tennero banco gli scontri di piazza. In una nazione così poco abituata alla violenza, furono un vero e proprio shock: mentre il Þjoðviljinn parlava di genuina protesta popolare causata dal “tradimento” operato dal parlamento, i tre giornali democratici parlavano di tattiche rivoluzionarie: “I comunisti islandesi non rispettano la legge e l’ordine, e sono pronti ad usare la forza per i loro obbiettivi, se falliscono con i mezzi democratici” (126).
Il ministro degli esteri partì quindi per Washington, ove il 4 Aprile si sarebbe tenuta la cerimonia ufficiale della firma del trattato. Esso non prevedeva alcun riferimento specifico riguardo l’Islanda, ma fu lo stesso ministro a ribadire la posizione islandese nel suo discorso:

«Le nazioni che stanno oggi unendosi in questa fratellanza sono dissimili fra loro in diversi aspetti; alcuni di essi sono fra i più grandi e potenti, altri piccoli e deboli. Nessuno è più piccolo e debole del mio paese, l’Islanda. Il mio popolo è disarmato, ed è sempre stato disarmato a partire dai giorni dei nostri antenati vichinghi. Noi non abbiamo esercito, e non possiamo avere un esercito. Il mio paese non ha mai mosso guerra contro un altro stato, e come paese disarmato non possiamo, ne vogliamo, dichiarare guerra a nessuno, come abbiamo affermato quando siamo entrati a far parte delle Nazioni Unite. In verità noi siamo nell’impossibilità di difenderci contro un attacco armato. Ci sono state quindi esitazioni nei nostri pensieri, se ci fosse un posto per noi in questo patto difensivo. Ma il nostro paese è, per certe circostanze, vitale per la sicurezza del nord Atlantico. Durante l’ultima guerra la Gran Bretagna si fece carico della difesa dell’Islanda, successivamente concludemmo un accordo con il governo degli Stati Uniti per la protezione militare della nostra isola. La nostra partecipazione a questo patto dimostra che per noi e per gli altri chiediamo simile condizione in caso di una nuova guerra, che noi tutti speriamo e preghiamo non abbia mai a verificarsi».

Dopo la firma del patto atlantico, i comunisti continuarono a chiamare l’alleanza atlantica un “patto di guerra”, ma le forze politiche democratiche erano soddisfatte dell’esito della questione: la presenza di inglesi e scandinavi nel patto assicurava all’Islanda un certo equilibrio per non dipendere troppo dagli Usa.
Anche gli americani erano piuttosto soddisfatti dal nuovo assetto, che assicurava loro, in un modo o nell’altro, la disponibilità dell’area. I piani di guerra alleati tra il ’46 ed il ’50 prevedevano una rapida iniziativa sovietica verso ovest; in risposta, lo US Strategic Air Command (SAC) avrebbe sferrato un attacco convenzionale ed atomico avendo l’Inghilterra come base principale in Europa. Ma se i russi fossero stati in grado di colpire l’Inghilterra il SAC avrebbe spostato a Keflavik il proprio centro offensivo (127).
L’importanza di Keflavik, proprio in mezzo alle rotte atlantiche, è poi testimoniata da un altro dato importante: nel periodo 1947-50 gli Usa vi spesero circa 12 milioni di dollari (128).
Poco dopo l’adesione, si assisté alla caduta del governo Stefànsson, a causa del ritiro dei progressisti. La crisi non fu generata da nessuno scontro politico di particolare gravità, ma su considerazioni generali. La dirigenza riteneva il partito in un buon momento: sebbene la maggioranza si fosse schierato con il governo, la carismatica figura di Hermann Jònsson aveva assunto un atteggiamento critico; gli scontri di piazza avevano minato il prestigio dei comunisti, cui poteva essere conteso il gruppo dei neutralisti non comunisti. Anche per quanto riguarda la politica interna il partito riteneva di poter riguadagnare i consensi perduti, ed il 23 ottobre 1949 si andò alle urne.
L’esito delle elezioni diede ragione ai progressisti, infatti tutti gli altri partiti subirono una battuta d’arresto: il Partito Indipendente ed il socialisti persero un seggio a testa (ottenendo rispettivamente 19 e 9 parlamentari), ed i socialdemocratici passarono da 9 a 7; i progressisti quindi ottennero 17 seggi, rispetto ai 13 dell’ultima tornata.


Note al testo:

112: Paradossalmente, mentre il resto d'Europa aveva vissuto la distruzione economica in tempo di guerra e
si avviava alla ricostruzione con più forza di prima, l'Islanda rischiava di vivere un processo diametralmente opposto.

113: Nel 1949 l'Islanda indirizzava i due terzi delle sue esportazioni in Usa, Gran Bretagna e Germania
Occidentale.

114: E. Lofsson, The Disguished Threat, cit. p. 234.

115: T. Whitehead, The Ally, cit., p. 19

116: V. Ingimundarsson, Buttressing the West in the North, Reykjavik 1999.

117: La confessione di maggior seguito in Islanda è la chiesa nazionale, cristiana protestante, entità
piuttosto istituzionalizzata: si può accedere al corpo della chiesa dopo la laurea in Teologia dell'università nazionale.

118: B. Groendal, Icelandfrom neutrality, cit., p. 42.

119: Il 20 gennaio 1949 il Timinn (quotidiano, organo del Partito Progressista) riportò un estratto di un suo discorso ad un meeting dell'ADN, in cui incitava la folla difendere "…. la libertà e l'onore" della nazione.

120: Il 27 febbraio 1949 il Timinn pubblicò una risoluzione del proprio comitato direttivo rispecchiava
questi principi.

121: T. Whitehead, The Ally, cit., p. 37.

122: E. Loftsson, Island i Nato, Göteborg, 1981 p. 88 e E. Loftsson, "The disguished Threat", cit., p. 232. Dello stesso autore cfr. anche articoli sul Thiodvillinn (quotidiano) in data 5 e 17 gennaio 1980.

123: B. Bjarnason, Iceland's Security Policy, Oslo, 1977.

124: Alþingistiðindi, 1948, Sez. D.

125: Alþingistiðindi, 1948, Sez. D.

126: Timinn, 1 aprile, 1948.

127: A. Cave, Operation World WarIII, Londra 1979, p. 160.

128: T. Whitehead, The Ally, p. 44.