Secondo mandato Thors (1946-47)

Le elezioni generali del 30 giugno 1946 vennero combattute soprattutto sui problemi di politica interna, e non portarono grandi cambiamenti: i conservatori mantenevano i 20 seggi già conquistati alle elezioni precedenti, i comunisti erano fermi a 10 seggi mentre i socialdemocratici guadagnavano due rappresentanti (da 7 a 9), tolti ai progressisti che scendevano a 13 parlamentari. Òlafur era riuscito a passare indenne il momento critico della richiesta americana senza atti irreparabili, aveva respinto gli attacchi dell’opposizione e tolto ai comunisti la possibilità di far leva sui facili nazionalismi.
L’esito elettorale mantenne il gabinetto di governo intatto senza rimpasti di rilievo, e la prima prova parlamentare di importanza rilevante venne discussa la stessa estate, ovvero l’adesione dell’Islanda alle Nazioni Unite. La questione era spinosa perché se da un lato l’ONU poteva fornire garanzia di sicurezza accordata a tutti i membri, dall’altro gli americani stessi, nella richiesta di ottobre, avevano avanzato l’ipotesi che Keflavik fosse sottoposta alla giurisdizione delle Nazioni Unite: l’Islanda, in qualità di stato membro, poteva essere invitata ad ospitare truppe straniere per mantenere la sicurezza collettiva. L’opposizione chiese che la richiesta di partecipazione del paese fosse accompagnata da una nota ufficiale che sancisse dichiaratamente che l’Islanda non avrebbe ospitato truppe militari sul proprio territorio, ma questa strada sembrava poco praticabile; il governo quindi riferì in parlamento che una nota diplomatica venne spedita alle ambasciate di Reykjavik degli Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica, Francia e stati scandinavi:

«L’Islanda è pronta ad assumere tutte le obbligazioni che la carta costitutiva impone ai membri. Una delle clausole più importanti concernenti le responsabilità dei membri è contenuta nell’articolo 43. Questo articolo riserva allo stato membro il diritto di negoziare con il consiglio di sicurezza tali responsabilità, ed il Comitato di Affari Esteri interpreta questa clausola nel senso che nessuna obbligazione può essere imposta alla repubblica islandese senza la sua approvazione. Il popolo islandese è fermamente contrario alla presenza di basi militari nel proprio paese e si opporrà a concedere simili diritti» (103) .

Questa formula venne ritenuta accettabile da gran parte dell’arco costituzionale, e la richiesta di adesione all’ONU passò con ampio margine (104).
La seconda questione importante, dibattuta anch’essa all’indomani delle elezioni, fu poi la residua presenza di soldati americani a Keflavik. Il socialdemocratico Hannibal Valdimarsson propose una chiara mozione in cui si chiedeva il ritiro immediato di tutte le truppe; i compagni di partito non seguirono Hannibal, ma comunisti e progressisti si dicevano favorevoli. La proposta venne bocciata per soli 26 voti contro 22, ma il segnale politico era chiaro: i progressisti, memori delle sconfitte elettorali, erano tornati su posizioni isolazioniste e nazionaliste; i comunisti avevano sempre cercato di svincolare la nazione dall’abbraccio straniero; i socialdemocratici più di sinistra erano fortemente attratti dalle posizioni espresse da questi due partiti.
Nell’agosto del 1946 una rappresentanza del Dipartimento di Stato americano venne a Reykjavik nel massimo segreto per trattare la situazione con Òlafur, che manteneva la doppia carica di premier e ministro degli esteri. Il ritiro delle truppe sembrava essere inevitabile e l’accordo prese la forma di uno scambio di note ufficiali fra governo ed ambasciata americana concernente l’abrogazione del trattato di difesa risalente all’estate del 1941.
Il protocollo d’intesa, che viene ricordato come Accordo di Keflavik, sanciva il ritiro di tutti i militari dall’isola entro sei mesi ed il passaggio delle strutture alla giurisdizione islandese; agli americani però veniva concesso di sostituire i militari con personale civile, avente il doppio compito di mantenere in attività lo scalo (per permettere agli Usa di operare le loro “control agencies” in Europa) e cominciare la preparazione e formazione di personale specializzato islandese. L’accordo sarebbe stato in vigore per almeno cinque anni, allo scadere dei quali entrambi i contraenti avrebbero potuto chiederne lo scioglimento (105).
La bozza di trattato venne reso pubblico alla fine di settembre, e il passaggio parlamentare fu calendarizzato per il 5 ottobre. Si aprì un dibattito molto acceso perché se i conservatori appoggiavano il loro leaders, i comunisti erano fortemente contrari e minacciavano di abbandonare il governo; invece socialdemocratici e progressisti erano divisi.
Il primo ministro Òlafur anche in questa occasione fece pesare tutta la sua abilità politica per serrare le fila del partito; nel discorso al parlamento spiegò la sua posizione in questi termini:

«…Gli Stati Uniti, per un breve periodo di tempo, avranno la disponibilità dell’aeroporto di Keflavik, che è loro necessario per il mantenimento delle Agenzie in Germania. (…) I cittadini americani, ovviamente, dovranno ottenere visti e permessi di lavoro dal governo islandese, e saranno sottoposti alle leggi ed alla giurisdizione islandese per tutto il tempo del loro soggiorno» (106).

I socialdemocratici, come accennato, non trovarono la stessa unità dei colleghi di governo. Il segretario Stefàn Stefànsson era favorevole al trattato, mentre alcuni autorevoli membri, tra cui il già citato Valdimarsson, continuavano a denunciare la lesione della sovranità nazionale.
Il partito comunista fu ovviamente il più tenace nell’osteggiare la ratifica del trattato. Innanzitutto si accusava il premier di aver agito all’insegna della solita spregiudicatezza e senza considerare il parlamento, in secondo luogo si respingeva l’idea che l’accordo fosse il miglior assetto possibile per l’Islanda visto che era vantaggioso solo per gli Usa. Senza mezzi termini, gli organi dirigenti del SUP si dissero pronti ad abbandonare il governo se fosse passata la ratifica del trattato. Il giornale di partito si lanciò in una campagna martellante, ed il 22 settembre si tenne una manifestazione imponente che vide l’appoggio di noti intellettuali come il futuro premio nobel Halldor Laxnes.
Il dibattito era acceso anche in seno ai progressisti dove non vi erano opposizioni ideologiche ma forti considerazioni politiche: al di là del fatto che, come accennato, la linea del partito si era mossa su posizioni più oltranziste, la possibilità di una crisi di governo poteva rappresentare una rivincita allettante. Hermann Jònasson, segretario del partito, riteneva che la bozza elaborata da Thors era troppo generosa: non c’era bisogno di un altro trattato per il ritiro degli americani, già esplicitamente pattuito nel ’41, e il periodo di cinque anni (107) doveva essere portato ad appena un anno.
Mentre il dibattito nell’Alþing si infuocava, anche in sede extraparlamentare la questione era seguita nel più vivo interesse. Pochi giorni prima del voto definitivo si era formata la “Associazione di Difesa Nazionale” (Þjoðvarnarfelag), una organizzazione politicamente trasversale non comunista, che stampava la rivista Þjoðvörn (Difesa Nazionale): l’unico intento dell’organizzazione era il ritorno all’isolazionismo. Quindi ferma condanna dell’Accordo di Keflavik e, qualora fosse passato, lavorare per la sua abrogazione senza ritardi. Il gruppo dirigente era composto da diversi intellettuali, e fra i redattori e collaboratori della rivista vi erano simpatizzanti di tutti i partiti. L’associazione si impegnò nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica, raccolta di firme contro l’accordo ed una manifestazione fuori dal parlamento nei giorni di votazione.
Un altro elemento da considerare fu il campo economico: gli americani non sembravano disposti a ripetere l’esperienza di legare le concessioni militari a canali commerciali privilegiati, come sicuramente Òlafur avrebbe preferito, ma per l’amministrazione Truman, alle prese con la “politica di contenimento” trattare con un governo in cui figurava un partito filosovietico era motivo di irritazione; al contrario l’Unione Sovietica evitò una massiccia crisi del settore ittico assorbendo, tra il 1946 ed il 1947 circa il 19% delle esportazioni islandesi (108). L’Unione Sovietica divenne quasi improvvisamente il secondo partner commerciale dell’Islanda, e sembrava ripetere il tentativo di sfruttare la vulnerabilità economica del paese (già avanzato dalla Germania negli anni ’30), o quantomeno ridurne la dipendenza islandese dai mercati occidentali.
Il 5 ottobre finalmente si passò alle votazioni: dapprima vennero discussi gli emendamenti, ed in tre occasioni essi furono bloccati con uno scarto di soli tre voti (109). Nella votazione finale invece i progressisti si spaccarono: cinque votarono con il governo e sette contro.
L’accordo alla fine passò per 32 voti contro 19 ed un astenuto (110).
Come minacciato, i comunisti uscirono subito dal governo, ed Òlafur dovette rassegnare le dimissioni. Il sacrificio politico del secondo gabinetto Òlafur necessita di qualche riflessione. Paradossalmente egli accettava di lasciare la poltrona di primo ministro per sostenere un accordo che non dava benefici a breve termine, e che anzi avrebbe minato i rapporti economici con l’Urss. Il motivo di questo atteggiamento va ricercato su più piani: innanzitutto l’esperienza del “governo di innovazione”, frutto della collaborazione fra centrodestra e comunisti, era comunque esaurita. Nato a guerra ancora in corso e sviluppatosi nei concitati anni subito successivi, sarebbe presto stato paralizzato dalle contraddizioni interne. In secondo luogo l’interesse sovietico, agli occhi del “west oriented” Partito Indipendente era più una minaccia che una occasione di sviluppo. Terzo punto, se i buoni rapporti con gli Usa erano una situazione auspicabile, i comunisti al governo ne erano un ostacolo.
Comunque, il partito nelle ultime tornate elettorali si era assestato intorno al 40% delle preferenze e, a meno di una debacle alle urne, difficilmente sarebbe stato tagliato fuori dai governi successivi.
Si aprì una lunga crisi di governo: i socialdemocratici rifiutavano di entrare in una coalizione a due con i conservatori (anche se avrebbero potuto contare su 29 voti su 52), mentre con i progressisti non arrivavano alla maggioranza dei seggi. I due partiti maggiori invece non sembravano disposti a collaborare. Solo nel febbraio del 1947 Stefànsson, socialdemocratico, fu in grado di formare un nuovo governo a tre escludendo i comunisti (ma escludendo anche i due leaders storici del Partito Indipendente e del Partito Progressista, rispettivamente Òlafur ed Hermann, non in grado di dialogare tra loro).
E’ stato fatto notare che durante tutta la vicenda la posizione dell’Unione Sovietica fu ambigua: non avanzò alcuna protesta formale quando de facto gli Usa decisero di non seguire l’esempio britannico, ma provò a disturbare indirettamente le trattative tra islandesi ed americani azionando le leve economiche. Il professor Whitehead (111) avanza delle ipotesi interessanti che però, in mancanza di documenti, vanno prese con la dovuta cautela: il Cremlino, all’inizio, considerava l’Islanda come un territorio di pertinenza degli Stati Uniti e quindi non era disposto a confrontarsi con essi in una sorta di “battaglia persa” in partenza. Quando però gli Usa incontrarono delle resistenze massicce ed inaspettate da parte dei locali (ed i comunisti diventarono forza di governo), l’interesse sovietico si fece più vivo, come testimoniano i rapporti economici. La linea filo-occidentale però procedeva, ma i sovietici si astennero da commenti negativi o proteste formali. Una spiegazione plausibile, Whitehead, potrebbe trovarsi nel fatto che i russi avessero intenzione di giocare questa carta in altri momenti, come ad esempio per controbattere un attacco diplomatico per il loro ritiro dall’Iran.

 

 
Note al testo:

103: Alþingistiðindi, 1946, Sez. A, Allegato A-II

104: I risultati della votazione videro 41 voti favorevoli, 6 contrari e 5 astenuti.

105: L'accordo completo è contentuto nell'Allegato C a fine capitolo.

106: Alþingistiðindi, 1946, Sez. B, seduta speciale.

107: In realtà la durata minima sarebbe stata di sei anni e mezzo: dopo i cinque anni di durata regolare,
entrambi i membri avrebbero potuto chiedere la revisione del trattato. Se dopo sei mesi non si concludeva
un nuovo accordo, esso avrebbe cessato di valere dopo un periodo di un altro anno.

108: Prima del verificarsi della "guerra fredda" i contatti commerciali fra i due paesi erano stati nulli. Vedi J. Guðmarsson, A Reluctant European, Oxford, 1994, p. 44.

109: Questi emendamenti prevedevano il referendum consultivo ed il tentativo di spostare il più possibile
nelle mani di entità islandesi il controllo della base.

110: Alþyngistiðindi, sessione plenaria 1946, sez. B.

111: Docente di Storia Contemporanea all'Haskoli Island ed autore di numerose pubblicazioni.