Quando la Seconda Guerra Mondiale giunse finalmente al termine, molti islandesi speravano che il paese potesse tornare alla situazione preesistente, e che gli stranieri onorassero le loro promesse di lasciare il paese. La politica di stretta neutralità, che durante la guerra era stata disattesa, a detta di molti sarebbe stata finalmente ristabilita e tutti i segnali secondo cui le potenze vincitrici si sarebbero impegnate a creare un nuovo ordine mondiale erano seguiti con acceso interesse.
Dopo l’esperienza del governo nonpartisan, in carica fino all’autunno del 1944, il leader dei conservatori Òlafur Thors riuscì a costituire un nuovo gabinetto includendo i socialdemocratici ed i comunisti; i soli progressisti, nemici di sempre, all’opposizione. Òlafur, oltre che la carica di premier, assunse il ruolo di ministro degli esteri, mentre ai comunisti assegnò il dicastero della pubblica istruzione e del lavoro; in questo modo il “governo di innovazione” aveva a disposizione 37 seggi su 52.
Il partito comunista islandese diveniva una forza di governo vera e propria, in più alleata con un partito che viene usualmente definito di centro-destra; questa bizzarra coalizione trovava la sua ragion d’essere nel fatto che il Partito Indipendente non attuò una politica liberale e di mercato in senso stretto, ma preferì orientarsi su una campagna di investimenti pubblici finanziata dalle grandi ricchezze accumulate durante la guerra, e per un forte intervento dello stato in economia; definita dagli economisti “one sided” per il profondo squilibrio esistente fra il settore ittico e gli altri settori, venne sottoposta a meccanismi di controllo ed una accentuata centralizzazione anche per limitare il processo inflattivo causato dall’eccesso di moneta. il Partito Indipendente, promuovendo una politica di destra sociale attuò una politica di “destra sociale” più che di “destra liberale”, riuscì a trovare quell’intesa con i comunisti che in seguito non si sarebbe più rinnovata.
Questo governo avrebbe dovuto affrontare la questione del rapporto con le forze americane, ma il quadro non era così semplice come il neopresidente Bjornson aveva presentato.
Nel 1944 il Joint Chiefs of Staff degli Stati Uniti riteneva altamente auspicabile il mantenimento di almeno tre postazioni militari in Islanda: l’aeroporto di Keflavik (costruito proprio dagli americani durante la guerra), una installazione per idrovolanti nei pressi dell’aeroporto di Reykjavik e la base navale di Hvalfjordur (98). Inoltre, con la spartizione della Germania, gli Stati Uniti avevano nel territorio tedesco le cosiddette “Control Agencies” per gestire l’occupazione e seguire il nuovo assetto del paese; la possibilità di effettuare scali in Islanda era quindi una necessità non solo militare.
Il primo ottobre del 1945 gli americani ruppero gli indugi e inviarono al primo ministro una nota confidenziale in cui chiedevano se l’Islanda fosse disposta a negoziare l’affitto di installazioni militari, eventualmente da sottoporre alla giurisdizione delle Nazioni Unite, se e quando l’Islanda avesse optato per parteciparvi. Alcuni “contatti informali” tra Òlafur e l’ambasciata britannica spinsero il premier a verificare la possibilità di una piattaforma di negoziato riguardante il breve periodo (99), ma la richiesta americana prevedeva una locazione di lungo termine (99 anni).
Nonostante la segretezza del contatto, dopo pochi giorni cominciarono a circolare voci insistenti sulla stampa.
I giornali vicini ai partiti democratici di governo, il Morgunblaðid per i conservatori e l’Alþydublaðid per i socialdemocratici, in un primo tempo tentarono di assecondare la linea di riservatezza, mentre il Þjòðviljinn (quotidiano comunista) si buttò a capofitto nella questione. In un articolo del 10 ottobre riportò delle “voci” secondo cui il governo degli Stati Uniti aveva offerto una enorme somma di denaro per prendere in affitto le basi già impiegate durante la guerra; anche se non vi era alcuna prova della fondatezza di queste voci, l’Islanda, a detta del quotidiano, correva il pericolo di cadere vittima di quegli “ignobili islandesi” che, accecati dalla sete di denaro, erano disposti a svendere il loro stesso paese.
Anche il Timinn, dei progressisti all’opposizione fu molto duro con il governo: il loro premier Hermann Jònasson aveva trattato in passato anche le questioni delicate alla luce del sole, Òlafur invece rifiutava di esprimersi con chiarezza di fronte alla nazione.
Il dibattito era ormai innescato ed anche esponenti importanti dei conservatori cominciarono a chiedere che il governo non facesse marcia indietro sulla questione del ritiro. Il ministro delle finanze Gunnar Þorodsen, in una intervista al Morgunblaðid del 2 dicembre, affermava che la presenza di basi militari americane in Islanda in tempo di pace avrebbe sicuramente compromesso l’indipendenza del paese.
Nel discorso di fine anno, il leader socialdemocratico Stefànsson invece sembrava essere più conciliante: in linea con una spiccata vocazione internazionalista del suo partito, affermava che la posizione geografica dell’Islanda non era più garanzia di difesa, che l’importanza strategica del paese era sempre alta e che la comunità internazionale richiedeva all’Islanda di far fronte al problema della propria sicurezza come contributo alla pace mondiale (100).
Alla luce di questa sorta di “giro d’opinioni” piuttosto informale ma significativo, il primo ministro Òlafur Thors richiese agli Stati Uniti di attendere qualche tempo: la questione era resa ancor più spinosa dall’approssimarsi delle elezioni politiche, programmate per l’estate del 1946. Fornire ai comunisti o all’opposizione la possibilità di presentarsi in campagna elettorale come i “campioni dell’indipendenza” poteva essere un errore politico. Nel frattempo l’esercito degli Stati Uniti avrebbe continuato a ritirare le truppe in eccesso (101), per definire la questione in un secondo momento.
Con la dichiarazione d’indipendenza vi era effettivamente stata una ventata di nazionalismo nel paese, ma ovviamente non tutti si limitavano a considerare la posizione degli Usa come “abusiva”.
Una delle voci più autorevoli che si mossero a favore di un accordo esplicito con gli americani fu il parlamentare Jònas Jònsson (in passato membro dei progressisti, ora indipendente). In un opuscolo del 1946, “Island og Borgundarholmur” (L’Islanda e l’isola di Bormhöl), egli affermò che l’Islanda non poteva vivere in pace e tranquillità senza la piena collaborazione con le potenze anglosassoni. Propose quindi un accordo della durata di 25 anni: agli Usa sarebbero stati concessi diritti militari sull’aeroporto di Keflavik, mentre l’Islanda avrebbe esportato i propri prodotti compensando a somma zero i dazi doganali con l’affitto delle basi. Per preservare la cultura e la società islandese poi, la base sarebbe stata isolata in modo da limitare al minimo i contatti fra civili e militari.
Con l’approssimarsi delle elezioni la pressione dei partiti e dell’opinione pubblica sulla questione andò aumentando e il tentativo di rimandare un dibattito vero fallì; soprattutto i progressisti vedevano nell’incertezza del governo la possibilità di tornare a guidare una coalizione. Molti eventi poi riproponevano il tema con insistenza: gli inglesi aumentavano indirettamente le pressioni sugli americani con il ritiro delle loro truppe (1945-47); i sovietici invece si stavano ritirando da Bornhölm, piccola isola nel Mar Baltico appartenente alla Danimarca.
Nei dibattiti parlamentari di aprile il leader dell’opposizione richiese ufficialmente che Òlafur Thors spiegasse come si erano svolti gli eventi di ottobre. Il primo ministro rese quindi noto che dopo la richiesta statunitense, egli aveva comunicato a Washington che l’Islanda era pronta a negoziare l’ingresso nell’ONU, ma che non intendeva affrontare il problema delle basi militari sul proprio territorio (102). Per quanto riguardava le ultime truppe in Islanda, ormai solo un migliaio di uomini, la linea del premier era chiara: i soldati americani rimasti erano necessari per gestire gli impianti radar e l’aeroporto di Keflavik; il semplice smantellamento dell’aerostazione non era pensabile, dal momento che si auspicava la sua riconversione all’aviazione civile, ma l’Islanda non aveva a disposizione personale tecnico specializzato. Quindi la linea attendista aveva una sua logica.
Grazie a questa abile difesa Òlafur era riuscito a togliere la questione della base come uno dei maggiori scontri della campagna elettorale; la richiesta degli Usa era stata di fatto bocciata, senza però prendere provvedimenti definitivi (alcuni ministri comunisti ad esempio avrebbero voluto una dichiarazione netta di richiesta di ritiro degli americani).
Note al testo:
97: In realtà Òlafur aveva già guidato un governo nel '42; durato solo due mesi, e per di più di minoranza, non fu una esperienza politica particolarmente rilevante.
98: T. Whitehead, the Ally, cit. p. 18.
99: T. Whitehead, The Ally, cit. p. 21.
100: Nuecheterlein, Iceland Reluctant Ally, cit., p. 43.
101: Il contingente americano aveva raggiunto il picco massimo di 44.000 unità durante la guerra, mentre nel 1946 rimanevano circa un migliaio di soldati. I tempi tecnici dell'evacuazione dovevano comunque essere considerati visto che gli inglesi, che non tentarono di ottenere diritti permanenti, completarono il ritiro nel marzo '47.
102: Alþyngistiðindi, 26 aprile 1946.