Il concerto dei pesci, di Halldór Laxness

Reykjavik, XX secolo

Halldor Laxness (1902 – 1998) ha un ruolo decisamente unico nella storia dell’Islanda. E’ il solo islandese ad essere stato insignito, nel 1955, del Premio Nobel per la Letteratura. Ma questo riconoscimento fa schizzare l’Islanda ai vertici alla classifica di Premi Nobel per abitante: con una popolazione odierna di circa 275.000 abitanti infatti, è uno dei rapporti più favorevole al mondo (l’Italia, che pure se la cava, ha un rapporto di circa un Nobel ogni 3 milioni di abitanti). Certo, con un premio solo la statistica salta, ma da quell'orecchio gli islandesi non ci sentono e se ne vanno fieri del loro record, battuto (credo) solo dalla minuscola St. Lucia del Nobel Derek Walcott.

Il concerto dei pesci (Iperborea, 16,50 €, titolo originale Brekkukotsannàl) è un romanzo scritto da Laxness tra il 1955 ed il 1957, ambientato in Islanda all’inizio del XX secolo. Narra l’infanzia e l’adolescenza di Alfgrimur, un orfano abbandonato dalla madre e cresciuto nella fattoria dei genitori adottivi,  due buone anime islandesi che nonostante la tarda età (Alfgrimur li chiamerà sempre nonno e nonna), si prendono cura del piccolo, finchè sarà abbastanza grande per cercare la sua strada.
Uno straordinario romanzo sulla piccola umanità che ruota intorno a Brekkukot, la fattoria nelle immediate vicinanze di Reykjavik, allora poco più di un villaggio fangoso. Brekkukot è una casa aperta a chiunque abbia bisogno di un tetto sulla testa per passare la notte e una tazza di caffè, senza nulla dovere in cambio, secondo la secolare tradizione dell’isola. Dalla finestra della sua adolescenza, il giovane Alfgrimur guarda il mondo che lo circonda, fatto delle cocciute saggezze contadine (“non conosco niente di peggio che parlar male di una mucca, disse la nonna”), di una borghesia che comincia a farsi avanti in una terra da sempre poverissima ed all’epoca negletta provincia danese, e del primo uomo vittima di un incidente stradale in tutta l’Islanda. Ma sarà una specie di cugino, il cantante d’opera Garðar Hólm, ad incuriosire maggiormente Alfgrimur. Durante i suoi sporadici ritorni in Islanda, dopo aver sparso per il mondo il buon nome del suo paese, stringeranno una amicizia fatta di buoni consigli e di frequenti addii, senza mai sapere se si rivedranno ancora.

Poverissima nazione, l’Islanda fu terra d’emigrazione in un tempo in cui partire significava non far più ritorno nella terra dei padri se non in casi eccezionali, ma fu anche terra di tradizioni e lasciti di generazione in generazione: una sorta di giano bifronte in cui per alcuni l’unica strada era imbarcarsi per una terra lontana al di là del mare, altri invece non potevano far altro che rimanere nei luoghi della propria famiglia, ripetendo gli stessi gesti dei padri, dei nonni e degli avi prima di loro. Tutto cambia e tutto resta immutato. Solo qualche riflesso della rivoluzione industriale si intravede in una comunità nient’affatto usa alle novità.
Il tema della cara Islanda è un nodo centrale nella narrativa di Laxness; in ogniuno dei sessantuno brevi capitoli di cui si compone il romanzo compare sempre la parola Islanda o islandese. Ed egli fu proprio uno dei più acuti osservatori dei cambiamenti radicali che il suo paese stava vivendo. I primi cinquant’anni del secolo scorso infatti segnarono per l’Islanda un capovolgimento assoluto: possedimento danese all’inizio del secolo, privata da un regime coloniale di un proprio esercito e spogliata di molti diritti (come la tutela delle acque costiere dai pescatori stranieri, tematica che torna nel libro), con le guerre mondiali e i progressi dell’aviazione e della nautica l’Islanda diventa non più una landa isolata ma un crocevia di assoluta importanza per la sua posizione strategica, una pistola puntata su America ed Europa. Verrà infatti invasa dalle truppe inglesi durante la Seconda Guerra Mondiale, cui poi si sostituiranno le truppe americane per fare della base di Keflavik uno dei punti chiave del sistema difensivo americano durante la Guerra Fredda. Con due effetti: una minaccia straniera ad una fragilissima cultura (il numero dei giovani maschi che operavano nelle basi militari durante e subito dopo la guerra era pari al numero dei giovani maschi islandesi), ed un enorme arricchimento del paese, che trasse beneifici economici impensabili per un popolo vissuto sempre sull’orlo della carestia.
Il romanzo di Laxness diventa quindi un messaggio in bottiglia dal prima che tutto cambi, anche se il germe del cambiamento ha già cominciato il suo instancabile lavorio: gocce d’inchiostro in un bicchiere d’acqua quando ancora i due liquidi non si sono mischiati e l’acqua non ha cambiato colore per sempre. I vecchi pescatori stagionali non potranno infatti tenere a lungo il passo delle prime flotte mercantili, e Reykjavik sarà presto terra di mercanti e qualche burocrate.
Laxness non abbandona ad alcuna lamentationes per un mondo che sta scomparendo, fa una cronaca di quanto il ragazzo Alfgrimur vede e capisce, fino ad un inevitabile epilogo che sa di agrodolce: nulla è per sempre, ma beato chi ha uno scopo nella vita.
Dello stesso autore Iperborea a pubblicato Gente Indipendente (considerato da parte della critica come uno dei capolavori di Laxness) e L’onore della casa. Il Concerto dei pesci è stato realizzato con il contributo del programma europeo Cultura 2000.