In Islanda gli inglesi stavano investendo uomini e mezzi in grande quantità , ma via via che i mesi passavano l'esito del conflitto sembrava sempre più incerto; la rotta di Dunkerque, la capitolazione della Francia, l'entrata in guerra dell'Italia, i successi militari in nord Africa e nei Balcani ponevano Londra in una situazione inquietante.
Nel 1940 gli Usa erano ancora formalmente fuori dal conflitto, ma la loro politica andava modificandosi; ancora nel biennio '35-'37 era stato varato un "pacchetto legislativo di neutralità" che proibiva d'intrattenere rapporti commerciali con qualsiasi potenza belligerante. L'invasione della Polonia suscitò ampi dibattiti nelle aule del parlamento e sui giornali, e lo stesso presidente Roosevelt intervenne energicamente per l'abrogazione del "pacchetto di neutralità", anzi giunse a strappare al congresso la cosiddetta legge
Cash and Carry, per mettere ampie risorse americane a disposizione delle democrazie in guerra. Nell'estate del 1940 il popolo americano era chiamato a eleggere un presidente che l'avrebbe guidato nei difficili anni a venire e il partito democratico, abbandonando la tradizione contraria alla terza rielezione, confermò Roosevelt quale proprio candidato ed ottenne la fiducia della popolazione.
Poco dopo l'occupazione tedesca della Danimarca, il presidente affermò che la colonia groenlandese apparteneva all'emisfero occidentale e che quindi ricadeva sotto la cosiddetta
"dottrina Monroe", in base alla quale gli Stati Uniti non avrebbero permesso una ingerenza lesiva della propria sicurezza da parte degli europei in quella parte del pianeta (61). Nessun riferimento diretto veniva ancora fatto per quanto riguarda l'Islanda, ma è chiaro che da un punto di vista strategico la regione andava considerata nella sua interezza.
Il problema della partecipazione al conflitto da parte degli Stati Uniti è stato ampiamente dibattuto, e sappiamo che da un punto di vista formale essi "entrarono in guerra" solo a seguito dell'attacco giapponese di Pearl Harbour. Tuttavia la politica di Roosevelt prima di quel tragico evento fu segnata da decisioni che quantomeno vanno classificate come "antineutrali" (62): la legge di "affitti e prestiti" (63) diede alla Gran Bretagna, ormai sola contro Hitler, la possibilità di ricevere rifornimenti continui; l'estensione di questa legge anche all'Unione Sovietica; sequestro di navi e congelamento di fondi dell'Asse; fornitura di 50 cacciatorpediniere alla Royal Navy in cambio dell'affitto di basi navali a Terranova e Guyana Britannica.
Anche il Nord Atlantico fu teatro di questa "antineutralità" prebellica.
Il governo inglese abbiamo visto che aveva delle difficoltà a mantenere a lungo le sue posizioni, e l'espediente canadese si era dimostrato tutt'altro che risolutivo. Winston Churchill avrebbe voluto coinvolgere gli americani nella difesa dell'Islanda, e la questione sembrava di primaria importanza:
«L'unica cosa che importa è che gli americani giungano in Islanda, quanto prima ed in modo più massiccio possibile. Se noi dobbiamo rimanere o andar via, in tutto od in parte, è una questione secondaria; io penso comunque che sia preferibile che, per un certo tempo, entrambi rimaniamo in Islanda». (64)
Fu lo stesso presidente americano, in una cena di lavoro il giorno 28 maggio 1941, a comunicare a Lord Halifax, ambasciatore di sua maestà re Giorgio VI a Washington, la possibilità di studiare un piano di intervento americano in Islanda. Gli Stati Uniti tenevano pronta la prima brigata dei marines all'invasione delle Azzorre, qualora la Germania avesse occupato il Portogallo. Proprio questa forza avrebbe potuto essere reindirizzata nel giro di pochi giorni. La decisione del presidente Roosevelt maturava in un momento opportuno: i vertici militari dei due paesi, incontratisi ad inizio anno, avevano già tracciato le linee guida dell'operazione (65); il 25 marzo Berlino aveva dichiarato zona di guerra anche le acque islandesi nel tentativo di irrigidire il blocco navale alla Gran Bretagna; l'occupazione inglese procedeva bene, senza problemi con i locali, ed ormai le infrastrutture create potevano permettere un ingresso rapido e sicuro nel paese; colloqui informali con la diplomazia islandese condotti nel dicembre del 1940 sembravano incoraggianti (66); solo tre settimane più tardi Hitler si sarebbe rivolto ad Est contro l'Unione Sovietica (67).
Nei contatti che seguirono, gli Stati Uniti fecero apertamente capire che non avevano intenzione di "invadere", come avevano fatto gli inglesi, ma pretendevano un invito formale del governo islandese. Londra avrebbe voluto che Roosevelt imitasse la politica del "prima invadiamo e poi trattiamo", ma il presidente fu irremovibile: non vi era solo un problema di opinione pubblica, ma anche il desiderio di non fornire all'Asse alcun argomento per la propria propaganda.
Il 24 giugno 1941 al console Smith venne richiesto di esercitare tutta la sua abilità diplomatica per ottenere dagli islandesi questo invito, ma la strada sembrava in salita: paradossalmente i rapporti con i soldati britannici erano tanto buoni che l'Islanda riteneva un rischio cambiare occupante; inoltre, dopo che gli inglesi avevano così spesso ripetuto l'importanza strategica del paese, sembrava improbabile che se ne andassero se l'accordo con gli Usa non si fosse concluso.
Le trattative si svolsero segretamente tra il console ed il primo ministro Jònasson ed i suoi consiglieri; Londra considerava vitale il buon esito dell'operazione e Smith riuscì ancora una volta a trovare il bandolo della matassa: gli islandesi redassero un memoriale in quindici punti da far sottoscrivere agli Usa. Esso prevedeva il ritiro immediato dopo la guerra, nessuna interferenza negli affari interni, riconoscimento della sovranità islandese, negoziati commerciali favorevoli ed altro ancora (68). Ai britannici invece imponevano il rinnovo degli accordi commerciali, il ritorno di tutti i deportati e, ancora una volta, il riconoscimento della sovranità islandese.
L'esplicita disponibilità ad avallare il perfezionamento dell'indipendenza islandese fu, come l'insistenza lascia intuire, un passaggio fondamentale: molti esponenti di spicco del parlamento avevano investito gran parte del loro prestigio politico nell'accelerare il dissolvimento dell'Unione (69); gli inesperti parlamentari islandesi cominciavano ad accostare alla "strategia della pagnotta" anche le arti della politica.
Per il primo luglio 1941 l'accordo era stato trovato fra i rappresentanti dei due paesi, ma, a norma di legge, doveva necessariamente essere ratificato dal parlamento. In realtà i primi marines sbarcarono a Reykjavik il 7 luglio, mentre l'Alþing tenne una sessione speciale per discutere la questione solo tra il 10 e l'11 dello stesso mese.
Gisli Sveinsson, portavoce dell'ala destra dei conservatori si diceva molto scettico dell'analisi secondo cui la situazione internazionale era tanto grave da costringere l'Islanda a rivolgersi alle grandi potenze. Anche il progressista Palmi Hannesson aveva molte riserve ad abbandonare la politica di neutralità. I parlamentari comunisti invece sollevarono un altro tipo di obbiezioni: se veramente l'Islanda era così in pericolo da dover chiedere l'aiuto internazionale, anche l'Unione Sovietica, insieme a Regno Unito e Stati Uniti doveva far parte di questa "forza multinazionale ante litteram".
I fautori del piano del 1 luglio basarono le loro risposte su questi argomenti: la sicurezza del paese sarebbe stata assicurata dalla maggiore potenza navale del pianeta; era garantito al settore commerciale ampio sviluppo; sia Usa che Inghilterra si erano dette favorevoli ad appoggiare la causa dell'indipendenza nazionale; la neutralità islandese non veniva infranta in quanto gli Usa non erano uno stato in guerra (70).
Le votazioni si chiusero con 39 voti favorevoli, 6 astenuti e 3 contrari. Il voto negativo venne espresso dai comunisti, la cui petizione per l'Urss era stata ampiamente battuta.
La stampa accettò la linea espressa dalla maggioranza del parlamento (71), concordando sul fatto che nonostante nessuno fosse entusiasta della situazione, quantomeno i negoziati venivano incontro alle condizioni intrattabili poste dal paese. Lo stesso premier Jònasson, dal giornale di partito, difese strenuamente la linea di governo, che, in ogni momento della trattativa aveva agito a protezione degli interessi nazionali.
Il governo islandese acconsentì quindi a passare agli Stati Uniti il ruolo di difensori dell'isola, in virtù di un vero e proprio negoziato e non di un atto unilaterale. Tecnicamente però questo accordo fu un'opera di equilibrismo politico: l'Islanda sarebbe stata sotto occupazione di due stati, l'uno neutrale, l'altro in guerra contro un quarto stato con cui tanto gli Usa quanto l'Islanda erano formalmente in pace.
Comunque ciò non significò l'entrata in guerra degli Usa in quanto il loro ruolo era, seppur ambiguamente, difensivo. L'esercito degli Stati Uniti avrebbe preso possesso delle basi, mantenendole operative, mentre la marina e l'aviazione britannica, in collaborazione con i commilitoni statunitensi avrebbero continuato a stazionarvi per le operazioni militari.
Le trattative fra le parti si svolsero in maniera soddisfacente per tutti: gli inglesi erano riusciti a svincolare le loro truppe di terra senza perdere incisività nella regione ma, cosa più importante, avevano avvicinato gli Stati Uniti ad un conflitto dal quale erano ancora fuori. Non a caso Winston Churchill ebbe a commentare l'evento come "una delle cose più importanti capitate fin dallo scoppio del conflitto" (72).
Gli islandesi, che non potevano opporsi alla militarizzazione dell'isola, avevano comunque costretto gli americani ad accettare una lunga serie di condizioni, prime fra tutte il riconoscere e garantire la loro sovranità ed a impegnarsi a spingere altri stati a fare altrettanto (73); Ancora una volta il loro carattere pragmatico gli aveva permesso di trarre il massimo profitto dalla situazione, avendo a disposizione per le loro esportazioni sia i mercati inglesi (sempre più stressati) sia quelli nordamericani.
Gli statunitensi dal canto loro, ben sette mesi prima dell'attacco di Pearl Harbour, entravano in Islanda su esplicito invito del governo (evitando qualunque problema d'immagine) e si ritagliavano una zona di sicurezza fondamentale, avendo già assunto le difese della Groenlandia il mese precedente.
I tedeschi invece erano furiosi ma impotenti: in un telegramma al governo giapponese, il ministro degli esteri Ribbentrop commentò l'interferenza americana in una zona considerata teatro di operazioni militari (a causa del blocco navale all'Inghilterra) come un atto di guerra (74), ma Hitler non si spinse oltre la constatazione dell'ennesima "provocazione americana"; Churchill non attendeva altro che qualche incidente tra la marina americana e la flotta tedesca non agevolasse il processo di entrata in guerra degli Usa, di cui era riuscito a chiudere un altro importante tassello.
Mentre le potenze alleate incassavano questo successo, anche sul fronte interno ci fu un cambiamento costituzionale che poteva in qualche modo facilitare il dialogo. Il leader progressista Hermann Jònasson stava coprendo la carica di primo ministro già dal 1934, ma i suoi tradizionali oppositori, i conservatori del Partito dell'Indipendenza decisero di tentare una manovra politica insieme ai socialdemocratici (già al governo con i progressisti) per aumentare il numero di seggi in parlamento e modificare i collegi elettorali, incrementando il peso relativo delle città . Il partito progressista aveva infatti la sua base elettorale nelle campagne, che in virtù di un complicato computo, erano rappresentate in modo più che tradizionale nell'Alþing (75). Seguirono due tornate elettorali (76) ed alla fine i conservatori riuscirono ad ottenere la leadership politica scalzando i progressisti che divennero il secondo partito (con una perdita di seggi del 25% dal luglio all'ottobre del '42, quando le nuove leggi elettorali entrarono in vigore). Anche il Partito di Unità Socialista (SUP (77), comunisti) però giovò grandemente della manovra passando dai 3 seggi del '37, ai 6 del luglio '42, ad un sorprendente risultato nell'ottobre: 10 seggi e 18.5% dei voti. Anche se la base elettorale del SUP era costituita da socialisti e sindacalisti, i vecchi vertici del partito erano di fede schiettamente comunista (78), e ciò contribuì a rendere il dibattito politico più acceso che nel resto della Scandinavia, dove invece erano più forti i socialdemocratici. I comunisti furono anche abili a sfruttare una insanabile divergenza fra i leaders degli altri partiti: Òlafur Thors, leader carismatico del partito conservatore, non fu in grado di trovare accordi con Hermann Jònsson, leader del PP. I due partiti, detenendo rispettivamente il 38% ed il 27% delle preferenze, dal 1942 non furono in grado di formare coalizioni di governo, e il SUP si trovò spesso a giocare il ruolo di ago della bilancia (79).
Al di la delle divergenze comunque, la politica dei concitati anni di guerra per gli islandesi non rappresentò una grande difficoltà rispetto a quanto ebbe a seguire; innanzitutto perchè l'unione sovietica era alleata di inglesi ed americani, e questo non imponeva "barriere ideologiche" insormontabili e disinnescava la polemica con il SUP, ormai il terza forza politica del paese; inoltre essendo la presenza militare straniera indiscutibile almeno per tutta la durata del conflitto, la politica islandese si limitava a massimizzare i benefici economici della situazione.
Note al testo:
61) Riportato da Bjòrn Bjarnason, Iceland's Security Policy: Vulnerability and Responsability, in Deterrence and Defense in the North, 1985.
62) Riprendo qui la definizione data da A. Nevins e H. Steele Commager in Storia degli Stati Uniti, Einauidi, Torino 1960.
63) Questa legge stabiliva che gli USA potessero prestare o affittare qualunque materiale, militare o di altro genere, a qualsiasi nazione la cui difesa avesse importanza vitale per il paese.
64) Nota di W. Churchill per il generale Ismay, 4 luglio 1941. Per gentile interessamento dell'Istituto Winston Churchill, Washington (via internet,
www.Winstonchurchill.org).
65) B. Groendal, cit. p. 30. In un incontro segreto tenutosi a Washington, i generali britannici ed americani studiarono un primitivo assetto di guerra se e quando gli Usa fossero entrati nel conflitto. Tale piano di massima, noto come ABC-1, prevedeva il passaggio dell'Islanda agli americani.
66) D. Nuechtelein, Iceland reluctant ally, Connecticut 1960, p. 26.
67) Il fatto che i servizi segreti britannici sapessero dell'attacco all'Unione Sovietica è ipotesi accettata da molti storici (Werth, Storia dell'Unione Sovietica; Gaeta Villani Petraccone, Storia Contemporanea). Questa informazione poteva essere di ulteriore conforto al presidente americano sull'opportunità del momento.
68) Per il testo completo cfr. United States foreign policy, 1931-1941, US Department of State, Washington 1943, p. 151.
69) E. Loftsson, The Disguished Threat, in Scandinavian Journal of History, Vol. 10, num. 3, 1985.
70) Per i dibattiti parlamentari, cfr. Alþingistiðindi, 1941.
71) Il Þjoðviljinn era stato già chiuso.
72) Bjòrn Bjarnason, Iceland's Security Policy: Vulnerability and Responsability, in Deterrence and Defense in the North, Norwegian University Press, Oslo 1985, p.134.
73) Cfr. E. Lofsson, The Disguished Threat, cit. A seguito dell'occupazione danese del '40 l'Alþing varò una dichiarazione in cui affermava che il monarca danese non era nelle condizioni oggettive di esercitare le funzioni stabilite dall'Atto d'Unione, e che quindi queste venivano assunte da un reggente eletto dal parlamento. Per questo incarico venne eletto Sveinn Bjornrsson, già ambasciatore a Copenaghen, che diverrà il primo presidente della repubblica islandese.
74) W. Shirer, The rise and fall of the Third Reich, Londra 1960, p. 881.
75) Per uno studio del sistema politico islandese cfr. anche D. Nuechterlein, Iceland Reluctant Ally, cit.
76) La legge islandese prevede che modifiche alla costituzione passino al vaglio di una prima votazione, il parlamento viene sciolto e la modifica deve passare anche di fronte al nuovo parlamento; in caso di parere positivo si passa ad una nuova tornata elettorale a regole modificate.
77) Mi si consenta di usare la sigla inglese (SUP, da Socialist Unity Party) in luogo di quella, cacofonica, italiana.
78) T. Whitehead, The Ally, cit. p.15.
79) Per il quadro delle elezioni vedi Allegato A (risultati elettorali '34 -'42).